Beneficiando (pubblicato su Progetto Babele)

La telefonata, naturalmente, arriva nel momento meno appropriato. Odio essere chiamato per lavoro quando me ne sto da solo nel mio rifugio a Varenna. Non che qua io mi diletti con chissà quali passatempi, ma insomma, questo è il mio spazio vitale. Cerco di tenere tutti lontano, al punto che pochi sanno che abito qui e quelli che conosco sul posto non sanno nemmeno che lavoro faccio. Ma il telefono, quello no, di quello non posso fare a meno. Soprattutto quando chi chiama è Domenico. Non è tanto perché mi ha tirato fuori dai guai anni fa, certo anche per quello, ma è che se lui mi chiama, quando sa che me ne sto in pace a casa mia, vuol dire che è successo qualcosa di grosso. Sono a Varenna solo nel fine settimana, dal Venerdì pomeriggio al Lunedì mattina, e in tanti anni credo che Domenico Costa mi abbia chiamato solo un paio di volte mentre ero qui. In genere, visto che trattiamo questioni assicurative, le nostre indagini possono aspettare che arrivi il Lunedì. La maggior parte delle volte, almeno. Ma non questa, a quanto pare. Così, sono appena tornato dai miei cinque chilometri di jogging attorno al lago e sto già pregustando una doccia bollente, seguita da cena scaldata al microonde e dalla visione di Fronte del Porto che è già lì, pronto nel videoregistratore. No, non ditemelo, vi prego. Esistono altri sistemi, lo so. Ma vedete, io sono un patito di film noir, si trovano solo su VHS e non mi importa se è superato da chissà quali diavolerie elettroniche. I film sono antichi, antico deve essere il riproduttore. Almeno secondo me. Come che sia, però, i miei programmi devono essere rimandati, il telefono squilla e se Domenico mi chiama nel week-end, a questo punto, voglio proprio sapere perché.

Quello che sento però non mi piace. Una giovane famiglia è stata brutalmente sterminata in un casale d’epoca sul lago, poco lontano da qui, a Bellagio. Ora, George Clooney a parte, se c’è un posto meno lontano dal concetto di violenza è proprio questo. Sulle rive del lago di Como, che io sappia, il tasso di delinquenza è prossimo allo zero. Che diavolo, perfino le turiste distratte che dimenticano la borsetta sul traghetto, vengono rintracciate in albergo e prontamente reintegrate dei beni perduti, con tanti ringraziamenti da parte della Pro Loco e le scuse ufficiali del Sindaco. Dunque, non so se siete mai stati da queste parti, ma dire che è un posto da pensionati è dire poco. È il classico luogo di vacanza dove ti vieni a riposare quando non hai voglia di pensare a niente e a nessuno. Qui se vuoi trovi tutta la tranquillità che ti serve, giacché, escluso il via vai, si fa per dire, dei traghetti sulle acque ferme del lago, ci sono solo un paio di strade, qualche negozio, la passeggiata panoramica e niente di più. Insomma è un posto dove i marciapiedi vengono arrotolati al tramonto, tanto per capirci.

Che ci sia stata una strage mi sembra ancora impossibile, ma, visto che sono qui, penso che sia il caso di muovermi e di andare a controllare di persona. È autunno, tra l’altro, non certo la stagione adatta per rintanarsi nella casa al lago, se uno viene da Milano. Infatti le vittime non sono di qui. È la prima cosa che vengo a sapere quando giungo sul posto e mi imbatto nel solito capannello di curiosi. Anche i vicini qui sono diversi. Se ne stanno fuori dal cancello, rispettosi dei rapporti di buon vicinato, quasi timorosi di invadere la privacy di quei poveri morti. Come se anche da morti si avesse diritto allo stesso rispetto dovuto ai vivi. Non è che sia una filosofia sbagliata ma, per intendersi, un pensiero del genere in un condominio di Milano sarebbe del tutto inapplicabile, per non dire inconcepibile. Una famiglia normale, mi dicono, normalissima. Madre divorziata, due figli adolescenti, un casale di quelli di una volta, interamente in pietra, mollemente poggiato su un declivio che offre una vista spettacolare del lago. Vengono sempre qui a passare le vacanze, sento raccontare, ma vivono a Milano. Però hanno questa casa da sempre, tanto che in paese la chiesa ha anche un banco col loro nome inciso. Domando se vale parecchio, un casale vista lago col suo appezzamento di terra. Mi guardano male, come se parlare di queste cose sia inappropriato in un momento del genere, ma poi alfine si risolvono a rispondermi. “Vendere?” – mi dicono – “Ma quando mai. Loro no. Indipendentemente dal prezzo, non avrebbero venduto mai. Non le due sorelle, certo. Forse, chissà, i loro mariti avrebbero anche voluto, ma loro no. Loro, erano figlie del Gilardoni.” Lo ripetono più volte, con la tranquilla sicurezza di chi sa quello che dice, il problema è che forse sono io a non capire. Pazienza, indagherò. In fondo è il mio mestiere.

La scena del crimine ve la risparmio, perché pare che madre e figlio siano stati colpiti niente di meno che da un fucile a pallettoni mentre dormivano nei letti gemelli in camera da letto. I carabinieri mi dicono che c’era sangue perfino sul soffitto. Ma i vicini, discreti, parlano d’altro. Il riscaldamento costa, mormorano compunti, per farmi capire perché madre e figlio dormissero insieme in cameretta. Già. Lo capisco da me, un casale vecchio come quello deve per forza essere pieno di spifferi e richiedere un mezzo patrimonio per la manutenzione. Quanto a riscaldarlo poi… non ne parliamo. “Ma loro non avrebbero venduto, sono figlie del Gilardoni.” Il concetto ritorna, insistente. Allora domando, ma Gilardoni chi? Non l’avessi mai fatto. È tutto un profluvio di chiacchiere adesso. Ma come, non lo so? Il Gilardoni che una volta faceva il mezzadro, poi è diventato padrone. Sono lievemente allibito. Il mezzadro? Nel ventunesimo secolo? Poi riesco a capire che si parla di varie generazioni di Gilardoni, ma il concetto chiave è che il nonno del nonno del trisavolo, o roba del genere, si è riscattato faticosamente dalla posizione di mezzadro acquistando la casa padronale. Questo è un posto dove il valore del lavoro duro viene rispettato, sempre. Non per nulla siamo così vicini alla Svizzera. Ecco perché, mi spiegano pazienti, con la cortesia che si usa con i forestieri, i ritardati e i duri d’orecchio, i Gilardoni futuri non avrebbero mai acconsentito a vendere. Vogliamo scherzare? C’è in gioco l’onore di un trisavolo che, come minimo, sarà morto da almeno duecentocinquanta anni. Io queste cose, ve lo giuro, non le capisco. Ma ai vecchietti del paese a quanto pare sembra un discorso sensato. Mi riprometto di indagare ulteriormente e vado avanti ad ascoltare discorsi. Si scopre che le figlie sono due, stanno entrambe a Milano, una ha divorziato, mica colpa sua, sono cose che capitano mi dicono, l’altra no. Una sta a Melegnano, l’altra a Milano in una zona elegante, un quartiere nuovo, ma non si ricordano bene il nome… Sì ma qual è quella che è morta col figlio, domando, perché confesso che sto cominciando a perdermi. Ma quella divorziata, mi dicono, lei, appena poteva veniva subito qui. Oh bene, penso tra me, finalmente si apre uno spiraglio. Forse se scopro i nomi delle due sorelle Gilardoni riesco a venirne fuori, ma m’illudo, peggio che andar di notte. Vien fuori che papà Gilardoni mentre attendeva che la moglie partorisse leggeva la Bibbia, pronto a scegliere il nome in base alla pagina in cui si trovava. Solo che nacquero due gemelle, che, giustamente, furono chiamate Maria Maddalena e Maddalena Maria. Bel capolavoro. So già che non mi ci raccapezzerò mai. Comunque sia, Maddalena Maria è quella che è morta, questo pare certo, con suo figlio Saul. Eccone un’altra con la passione religiosa, a quanto pare. Scampata al massacro l’altra figlia. Tremo solo al pensiero di chiedere il nome, ma devo. Non vengo deluso quando appuro che la miracolata, giustappunto, si chiama Esther. Be’, poteva andar peggio. Si è salvata perché era a casa sua, a Milano, stava studiando per gli esami, per lei niente vacanza nel fine settimana. Mi incuriosisco e domando se capitava spesso, mi dicono di no, venivano sempre tutti insieme. Tranne questa volta. Chi è stato, secondo loro? Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Ma quelli non rispondono, dalle facce si capisce che secondo loro nessuno può aver ucciso nessuno, non da quelle parti almeno. Eppure qualcuno è morto.

Leggi il racconto completo su:
http://www.progettobabele.it/racconti/showrac.php?ID=5481

Annunci

2 commenti

Archiviato in Racconti

2 risposte a “Beneficiando (pubblicato su Progetto Babele)

  1. Cinzia

    Wow! Grande… anche questo è bellissimo! Molto attuale! Complimenti. C

  2. Bellissimo. Meglio ancora del precedente. Ci trovo degli elementi di novità, originali. Questo sensibile indagatore dell’animo umano mi intriga sempre di più. 10 copie :)