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Il colle di Chiaraluce (racconto in due puntate pubblicato su Cronaca Vera)

09/07/2013
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16/07/2013
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Hunting Bambi (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

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Il colle di Chiaraluce (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

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Ellipses. Racconto pubblicato sulla rivista americana Mysterical-E

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Sul n. 2 della rivista Action, il racconto “Voragine a Milano” di Giuseppe Foderaro

Action 2

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Qualcosa come una tomba (racconto pubblicato su Knife Magazine)

knife2

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Il vello dell’amazzone (racconto di Francesca Scotti e Giuseppe Foderaro pubblicato su Thriller Magazine)

Elisa si era svegliata nella stessa posizione in cui aveva chiuso gli occhi. Libro aperto scivolato sulle gambe, cuscino appallottolato dietro la schiena. Aveva dormito scomoda come fosse stata in treno, e invece era a casa, nel suo letto. Ma faticava a prendere sonno. Non era riuscita a capire per quale motivo, da un po’ di tempo a questa parte, appena si sdraiava si sentiva perfettamente lucida e sveglia. In realtà non le capitava proprio ogni notte, ma quando la sua coinquilina Stella portava a casa qualche uomo, sempre. E con alcuni peggio che con altri. L’ultimo, per esempio, la disturbava parecchio. Giulio. Non molto alto, capelli scuri e occhi intensi. Profumo speziato, un sorriso pulito. Si levava anche le scarpe rispettoso delle loro abitudini orientali. Niente poteva far pensare che non fosse un bravo ragazzo, anzi. Eppure, quando Elisa li sapeva in stanza insieme, non dormiva. Tendeva l’orecchio, cercava di intuire le loro parole, cosa stessero facendo. Quella appena trascorsa era stata una di quelle notti. Anche se lui era andato via prima del solito Elisa non si era addormentata se non poche ore prima di quel risveglio contratto.

* * *

Elisa si alzò dal letto, sentiva un po’ di freddo, stava arrivando l’autunno e finalmente al mattino l’aria che entrava dalla finestra – lasciata aperta tutte le notti – era leggera. Quello sarebbe stato il primo inverno nel loro nuovo appartamento, visto che Elisa e Stella si erano trasferite in primavera. Era la loro terza casa condivisa. La prima subito dopo il liceo, poi un trasloco triste. E infine questa che loro chiamavano “la casa della vita”, come se fossero una coppia.

Mentre Elisa si annodava in vita la cintura del kimono da casa che le aveva regalato Stella si chiese come avrebbero fatto, in inverno, con quella finestra. Doveva rimanere aperta per Miyako, la gatta di Stella, che amava gironzolare nella notte. E su quella gatta, come per molte altre cose, Stella non era disposta a compromessi.

Elisa accostò i vetri sospirando e si diresse in cucina per preparare la colazione a entrambe: tè verde, fette biscottate con la marmellata e un frutto. Era sempre lei a occuparsene perché a Stella piaceva dormire fino a tardi il sabato. Anzi, le piaceva fare colazione a letto, scambiare qualche chiacchiera con Elisa, che se ne stava seduta in poltrona, e poi girarsi dall’altra parte e scivolare nel sonno.

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http://www.thrillermagazine.it/racconti/11665

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Grizzly di montagna (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

Piccolo, gracile e indifeso. Solo tra le ali della folla, una barchetta di carta in balia delle onde, eppure a suo modo immobile tra i flutti. Imperturbabile. Tutte le volte che qualcuno gli passa davanti, infrangendo le acque chiare del suo isolamento, il bambino sbatte le palpebre e annuisce serioso. Come se volesse affermare una verità per gli altri inarrivabile, ma per lui, seppure così piccolo, palesemente ovvia.
Un uomo gli corre incontro e lo prende in braccio, indossa una divisa scintillante con i bottoni dorati che brillano al sole. È successo qualcosa di terribile, gli dice, ma questo lui già lo sa. Così si lascia trascinare via, passivo e inerte come un giocattolo rotto, stringendo un peluche logoro e consunto, con un braccino mezzo staccato. Un orsacchiotto. Tutto quello che gli è rimasto, oramai.

* * *

Ogni martedì e giovedì, una domenica sì e una no, che piova o tiri vento, lui è lì. Dopotutto è suo padre. Osservando quel rituale con l’indefessa regolarità di chi si illude di ritrovare, in una sequenza di atti preordinati, una sorta di pacifica tacitazione per i morsi della coscienza. Anche se sa che è pressoché inutile, lui ormai non lo riconosce più da tempo, ogni visita è come quella precedente, ore torpide che trascorrono a giocare a scacchi su una panchina del parco, minuti statici, sempre uguali nella loro minuziosa ripetitività. Le regole degli scacchi, quelle sì, gli sono rimaste impresse nella mente, tutto il resto — chissà perché — è come se fosse scivolato via insieme ai rivoli di sangue di quel giorno infernale. Quel giorno in cui la sua storia è cominciata, ma la sua vita, al tempo stesso, è finita.

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http://www.thrillermagazine.it/racconti/11238/

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Il fondo delle navi (racconto pubblicato su Borderfiction)

“Un taglio netto, più o meno da qui a qui, ti rendi conto? Gli schizzi di sangue sono arrivati sugli scaffali, fino al soffitto, e tutti i volumi di conseguenza sono stati repertati. Volumi antichissimi, capisci, di valore inestimabile. Abbiamo dovuto portarli via e catalogarli come prove. Il sangue era ovunque, ti dico”.

Mentre Miranda, del tutto inconsapevole dell’effetto che le sue parole avevano provocato, infilava decisa coltello e forchetta nella bistecca, io con aria furtiva allungavo un’occhiata alla signora del tavolo a fianco che era visibilmente impallidita. Succedeva sempre così, con Miranda.

Era talmente presa dal suo lavoro di antropologa all’Istituto di Medicina Legale che non si rendeva mai conto di quello che diceva, e soprattutto di “dove” ci trovavamo quando lo diceva. Ma non potevo darle torto. Era appena rientrata da Roma, dove era stata chiamata per una consulenza speciale che le aveva consentito di mettere piede in uno dei luoghi più inaccessibili e meglio custoditi al mondo: la Biblioteca Apostolica Vaticana.

 

Mi aveva appena raccontato con tutto il suo entusiasmo delle file di scaffali che arrivavano fino al soffitto riccamente istoriato, dei lunghi tavoli per la consultazione dove in tempi non lontani avevano lavorato solerti scrivani, amanuensi e miniaturisti, là, in mezzo ai riquadri del vasto pavimento a scacchi bianchi e neri disposti a rombo, che conferivano all’ambiente un che di ipnotico.

“Codici manoscritti, volumi antichissimi, mappe e carte nautiche, incunaboli, copie anastatiche… tu non riesci neanche a immaginare. Una delle raccolte più importanti del mondo, anzi, forse la più importante, dopo la distruzione della Biblioteca di Alessandria. Hai presente quando nel 640 dopo Cristo, le truppe arabe conquistarono l’Egitto? Pare che bruciarono ogni singolo rotolo nelle caldaie che servivano a riscaldare gli alloggi dei soldati. Il combustibile bastò per sei mesi. Pergamene pregiate, di valore assolutamente incalcolabile. Te lo ricordi o no?”.

Miranda era fatta così, parlava di cose accadute nel 640 dopo Cristo come se fosse stato ieri o come se noi fossimo stati presenti. Anzi, spesso riusciva anche a farmi sentire responsabile, come se volesse tacitamente rimproverarmi di non essere stato in grado di evitarlo. Cosa di cui sarebbe anche stata capace di accusarmi se non fosse che ero nato, come lei del resto, almeno due secoli dopo. Ciò nonostante la cosa cominciava a farsi interessante.

“Però, scusa Miranda, come mai hanno chiamato te?”. Visto che già mi stava guardando male, aggiustai rapidamente il tiro. “Voglio dire, se il delitto è avvenuto in territorio Vaticano, non è consuetudine che si rivolgano direttamente alle loro forze di polizia? Non hanno una specie di autonomia in questo senso, come Stato Vaticano, intendo?”.

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http://www.borderfiction.com/storie/item/309-il-fondo-delle-navi

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Ellipses (a short story dedicated to Howard O’Brien and published in ‘Sugarpulp’ magazine)

I’ve recently written this short story — published in Italian in ‘Sugarpulp’ magazine — that is a mystery about a murder committed inside the new Regional Government building here in Milan.
The story’s heroes are the insurance detective Sauro Badalamenti, who is my serial character, and a very special guest, my best friend, my brother, my master… that gorgeous man by the name of Howard O’Brien, passed away of cancer on October 30th 2010.

Howard O'Brien along with detective Sauro Badalamenti


The windows of the skyscraper opposite seemed like eye-shaped hemorrhoids, many grim and shining eyes reflecting the total nothingness. Useless dark and menacing squares overlooking my two-dimensional life.

Suddenly, with an unexpected snap, one of the windows opened, and the mirrored surface began to capture great white clouds that chased each other in the sky. I stared at the spectacle, letting my mind get lost in the wanderings of fanciful conjecture. One thought raced after another with extraordinary speed, the same speed with which the blood flowed to my heart. The muffled voices in the meeting room became more distant, and my senses were pulled away from what was happening there. I stopped listening, forced my body to stay alert, while my mind freely wandered outside that window. With a perfect ellipse, a person could easily reach that skyscraper across the way and go through that open window, take part in another life, enter another world, perhaps – for a little while – be someone else.

Who or what was there in front of me?

I had never really asked myself that question. Perhaps another office like this one, maybe a company, perhaps an embassy, or private apartments. Or maybe just another meeting room with another tired and irritated director who tried in vain to put the blame on anyone but himself for the inefficiency of his new strategy. The thought almost made me smile … and what if I’d done all that laboring for nothing? If I had gone sailing over to that window only to find that beyond the glass there was nothing? Just a mirror which endlessly repeated my miserable life?

It was with some relief that I pulled myself together then, when the mirrored windows closed. My train of thought stopped, the clouds ceased to flow in the sky, and I went back to seeing only the black glass of the skyscraper, which reflected the building opposite, in a hall of mirrors with no beginning and no end.

This is exactly what I was thinking that day when I received an unexpected visit from Howard O’Brien. Despite his disenchanted gaze and sly leprechaun looks, I immediately saw that this good-natured man was visibly upset. As always, when he spoke to me, he tended to Italianize every word. In his own way, of course. He was angry, once again, with the pieces of shit buildings. It was his picturesque way of referring to the skyscrapers that now, in his native New York, expanded each year, replacing everything with the vigor of a harmful and poisonous carnivorous plant. The quaint restaurants were no longer. They had closed to make way for the giant multinational corporations, banks and private companies. He and I were very similar in the end. We hated the savage business, technology, gossip, and even sports. But he was almost worse than me. He didn’t have a cell phone, he had given his car away to a technical school, and in his studio apartment, the appliances were unplugged because he kept books in them. He claimed that people could also live well without innovations.

He had come to Milan for a conference on Gaelic, a subject that fascinates him greatly because of his distant Irish ancestry and, like a good language scholar, in that moment, he was extolling, in Italian, one of our popular proverbs that went something like this: to a fleeing enemy, bridges of gold.

I couldn’t quite understand what he was getting at, at least not until he waved the picture of Giuditta Sommaruga under my nose.

Slowly I began to put two and two together. The conference, he was telling me, had been held opposite the gigantic Regional government building, in Via Melchiorre Gioia, here in Milan. The history of that place, I must admit, was interesting. Giuditta Sommaruga, sole heir to a fortune estimated at the time to be something like one billion seven hundred million old lire, had left all her property in a legacy to the hospital, Ospedale Maggiore, in 1964. Then progress and the city’s endless need for expansion had produced the usual aberrant mutations. The entail of the donation had been bypassed, the Sommaruga nursery had been expropriated, and the Tar, the Regional Administrative Court, had confirmed the validity of the agreement between the Region, Province and Municipality to build a huge complex on the land inherited by the Countess Sommaruga, which now belonged to the Niguarda Hospital. Then, in a sort of alien opposition, even the plants in the Fumagalli nursery, during expropriation, had turned into a sort of living jungle, giving rise to what had gone down in history as the Bosco di Gioia, the Woods of Joy. I remembered that at that time that the citizens, celebrities and influential people, had mobilized to save those old plants from destruction, but the 26,000 square meters of property had been transformed into a complex system of curved glass and steel buildings, crowned by a monstrous tower 39 storeys and 161 meters high. Nursery schools, panoramic lookouts, auditoriums, restaurants and cafes were not enough to soften that deforming design that was an insult to the city and the best of the intellect that barely survived in our clouded minds.

The day before there was the blessing of the Madonna, with the participation of Cardinal Tettamanzi. One of the old Milanese traditions that barely survives the engulfing progress it that there is a Madonna on each of the highest points of the city, the Torre Breda, the Pirelli tower and Palazzo Lombardia, to be precise.

The newspaper reported that in the bathrooms that day, an attendant, an elderly woman, was found dead. She seemed to have been assaulted by a homeless man who was holed up in the building, using it as a place to sleep and shelter from the inclement weather. Nobody had found anything wrong, so the case was closed even before it opened. But Howard insisted on reciting this proverb and talking about a figure of speech in Greek oration, another of his many out-of-date passions, which involved the omission, within a sentence, of one or more terms that could underlie both.

He called it ellipse although for me, frankly, the word ellipse continued to evoke a geometric figure vaguely resembling a circle stretched in a particular direction, perhaps even that of a skyscraper with opaque windows like many evil eyes, shiny and rectangular, reflecting absolute nothingness. Useless dark and ominous squares witnessing the monotonous life of a poor attendant who, as a girl, was called Evelina Sommaruga.

Why had one of Countess Sommaruga’s heirs been killed in Palazzo Lombardia on the day of the inauguration? For someone like me who doesn’t believe in coincidences, this was definitely something to investigate, and this, perhaps, might also have been able to tickle my manager’s interest, that very same manager who over the course of that never-ending meeting, was looking for – with the despair a ruler about to be deposed – a potential gold mine to exploit. A cause against the three sisters?

Who could stand up to the three-headed Gorgon? Who would dare to challenge the powers of the Municipality, the Region and the province put together, if not that good Yankee in front of me, who, in his infinite humanity during a conference on Gaelic, been taken into confidence by an old woman who cleaned the bathrooms and who had once been heir to a limitless fortune?

Only then did I begin to see what Howard was suggesting. In the upper right hand corner behind the portrait of Countess Sommaruga, someone had hidden the original of the holographic will of the deceased, of which all traces had now been lost, along with another, insignificant little document. Evelina Sommaruga, before she was killed, had signed over Howard as a proxy.

Now we could take action and succeed where they had all failed. And only now, finally, did we understand the incredible perfection of that design, slightly elliptical, which from the windows of a skyscraper had brought me to the omission of a detail in a sentence. Nothing to say. From that day the term ellipse, in my eyes, took on a whole new meaning.

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