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Ellissi (racconto pubblicato su Sugarpulp)

In questa storia ho voluto far rivivere il mio migliore amico, lo scrittore newyorchese Howard O’Brien, scomparso improvvisamente il 30 Ottobre 2010 per colpa di un maledetto cancro, a soli 57 anni.
Howie era la persona più buona e umile del mondo, un fine intellettuale, un “neo-luddista”, come amava definirsi. Uno che scriveva a penna “bestie” da trecento e passa pagine, e che usava il computer come una macchina da scrivere (centrava i titoli in Word con la barra spaziatrice!). Parlava un meraviglioso ed elegante italiano, conosceva i classici a memoria… era uno studioso del gaelico irlandese, ma si guadagnava la pagnotta lavorando due volte a settimana al Sophie’s, un pub tanto buio quanto storico dell’East Village.
Con lui se n’è andato un pezzo di me.

Howard O'Brien e Sauro Badalamenti disegnati da Darinka Mignatta

Le finestre del grattacielo di fronte sembravano emorroidi oculari, tanti occhi torvi e lucidi che riflettevano il nulla assoluto. Inutili riquadri scuri e minacciosi messi a vedetta della mia vita bidimensionale.

 

D’un tratto, con uno scatto improvviso, una delle finestre si aprì, e la superficie specchiata iniziò a catturare grandi nuvole bianche che si rincorrevano nel cielo. L’occhio si fissò su quello spettacolo, lasciando che la testa si perdesse in peregrinazioni di congetture fantasiose. I pensieri si succedevano con una straordinaria rapidità, la stessa con la quale il sangue affluiva al cuore. Le voci ovattate in sala riunioni si fecero più lontane, i miei sensi si distolsero da quanto vi avveniva, cessai di ascoltare, costrinsi il mio corpo a rimanere solerte, intanto che la mente vagava libera fuori da quella finestra. Con un’ellisse perfetta si sarebbe potuto raggiungere facilmente il grattacielo dirimpetto e penetrare dentro quel vetro aperto, partecipare a un’altra vita, entrare in un altro mondo, essere magari – per qualche tempo – qualcun altro.

 

Chi o che cosa c’era dinanzi a me?

 

Non me lo ero davvero mai chiesto. Forse un altro ufficio come questo, forse un’azienda, forse la sede di un’ambasciata, o degli appartamenti privati. O forse solo un’altra sala riunioni con un altro dirigente stanco e irritato che cercava invano di dare la colpa a chiunque, meno che a se stesso, della poca efficienza della sua nuova linea strategica. Mi venne quasi da sorridere al pensiero… e se mi fossi affannato tanto per niente? Se veleggiando fossi entrato da quella finestra solo per constatare che aldilà del vetro non c’era altro che il nulla? Nient’altro che uno specchio che ripeteva all’infinito la mia squallida vita?

 

Fu con un certo sollievo che mi riscossi allora, quando la finestra specchiata si richiuse. Il corso dei pensieri si fermò, le nuvole cessarono di scorrere nel cielo, e io tornai a vedere solo il vetro nero del grattacielo, che rifletteva il palazzo di fronte, in un gioco di specchi senza fine e senza alcun principio.

 

Era proprio questo che pensavo quel giorno, quando ricevetti la visita inaspettata di Howard O’Brien. Nonostante lo sguardo disincantato e l’aria sorniona da folletto irlandese, vidi subito che quel bonaccione era visibilmente turbato. Come sempre, quando parlava con me, tendeva a italianizzare ogni parola. A modo suo, s’intende. Ce l’aveva, ancora una volta, con i pezzi di merda building. Era il suo modo pittoresco di riferirsi ai grattacieli che oramai nella sua patria, New York, ogni anno soppiantavano tutto e si espandevano con la vigoria nefasta di una pianta carnivora e velenosa. Ormai non si contavano più i ristorantini tipici che avevano chiuso per lasciare il posto a gigantesche multinazionali, banche e aziende private. Io e lui eravamo molto simili in fondo, odiavamo il business selvaggio, la tecnologia, il gossip, e anche lo sport. Ma lui era quasi peggio di me. Non usava il telefonino, aveva regalato la sua auto a un istituto tecnico, nel suo monolocale gli elettrodomestici erano staccati dalla rete elettrica perché dentro ci teneva dei libri. Sosteneva che si potesse vivere bene anche senza innovazioni.

 

Era venuto a Milano per un convegno sul gaelico, materia che lo appassionava enormemente per via delle sue lontane origini irlandesi e, da attento cultore della lingua, in quel momento mi stava decantando in italiano uno dei nostri proverbi popolari che suonava più o meno così: a nemico che fugge, ponti d’oro.

 

Non riuscivo proprio a capire dove voleva andare a parare, almeno fino a quando non mi sventolò sotto il naso il ritratto di Giuditta Sommaruga.

 

Cominciai lentamente a fare due più due. Il convegno, mi stava raccontando, si era svolto proprio di fronte alla gigantesca sede della Regione, in Via Melchiorre Gioia, qui a Milano. La storia di quel posto, devo ammetterlo, era interessante. Giuditta Sommaruga, unica erede di un patrimonio valutato all’epoca in qualcosa come un miliardo e settecento milioni delle vecchie lire, aveva dispensato tutti i suoi beni con un lascito all’Ospedale Maggiore nel 1964. Poi il progresso e lo sconfinato bisogno di espansione di questa città avevano prodotto le solite aberranti mutazioni. Il vincolo della donazione era stato aggirato, il vivaio Sommaruga era stato espropriato, e il Tar aveva sancito la validità dell’accordo tra Regione, Provincia e Comune per costruire un gigantesco complesso sul terreno ereditato dalla contessa Sommaruga, che ora apparteneva all’ospedale Niguarda. In una sorta di aliena opposizione, poi, perfino le piante del vivaio Fumagalli, nel corso dell’esproprio, si erano trasformate in una sorta di giungla vivente, dando luogo a quello che era passato alla storia come il Bosco di Gioia. Ricordavo che all’epoca cittadini, personaggi autorevoli e celebrità si erano mobilitati per salvare quelle piante millenarie dalla distruzione, ma i 26.000 metri quadri della proprietà erano stati trasformati in un sistema complesso di edifici curvilinei di vetro e acciaio, sormontati da una mostruosa torre a 39 piani alta 161 metri. Scuole materne, belvedere, auditorium, ristoranti e caffetterie non erano certo bastati a ingentilire quel deformante progetto che era un insulto alla città e a ogni bene dell’intelletto che fosse a stento sopravvissuto nelle nostre menti obnubilate.

 

Il giorno prima c’era stata la benedizione della Madonnina, con l’intervento del cardinale Tettamanzi. Una delle vecchie tradizioni meneghine scampate al progresso fagocitante vuole che ci sia una Madonnina su ognuno dei punti più alti della città, attualmente appunto la Torre Breda, il Grattacielo Pirelli e Palazzo Lombardia.

 

Il giornale riportava che nei bagni, quello stesso giorno, era stato ritrovato il cadavere di un’inserviente, una donna anziana. Sembrava fosse stata aggredita da un clochard che si era arroccato nel palazzo per dormire e ripararsi dal tempo inclemente. Nessuno ci aveva trovato nulla di strano, tanto che praticamente il caso era stato chiuso ancora prima di essere aperto. Ma Howard insisteva a recitare quel proverbio e a parlare di una figura retorica dell’oratoria greca, un’altra delle sue tante inattuali passioni, che riguardava l’omissione, all’interno di una frase, di uno o più termini che sia possibile sottendere.

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Sciacalli e iene (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

Questo racconto è un tributo, in chiave moderna, a quel capolavoro dell’hard-boiled che è Il Grande Sonno di Raymond Chandler, e al suo protagonista, Philip Marlowe, a cui mi sono ispirato nell’ideare il mio Sauro Badalamenti.
Ho voluto provare l’ebbrezza di risolvere — a modo mio, si intende — il più eclatante “loose end” della storia della letteratura mondiale: la morte di Owen Taylor, lo chauffeur degli Sternwood, personaggio completamente dimenticato dallo stesso Chandler durante la stesura del romanzo…

Me lo ricordo bene quel caso. E in mezzo a tutto il marciume sollevato alla fine, il povero vecchio che mi aveva assunto si era rivelato proprio il più innocente. Strano, come facesse a mantenersi puro e pulito nonostante lo stravolgente patrimonio che aveva accumulato nel corso della sua vita, anche con mezzi non troppo ortodossi. Ma lui era così. Conosceva il valore delle cose, il giusto prezzo da pagare, e anche quanto era lecito poter pretendere in cambio. E da me, come aveva fatto capire chiaramente fin dal nostro primo incontro, si aspettava solo la verità. Anche su quello che non era stato mai, almeno esplicitamente, richiesto.

Certo, il motivo ufficiale del mio intervento era ben altro, almeno volendo dar fede alle sue parole, ma sotto lo strato superficiale della prima soglia di comunicazione, fin dal primo momento, mi era apparso chiaro ciò che volesse. Non era stato però un esordio dei più tradizionali se ben ricordavo. Appena arrivato mi aveva sottoposto a un fuoco di fila di domande, più simile a un interrogatorio che a un colloquio. Voleva sapere tutto su di me prima di assumermi, e riteneva di averne il diritto, visto quello che avrebbe pagato per i miei servigi. E si era pure documentato, nessuna delle rivelazioni che gli avevo fatto sul mio fosco passato era sembrata capace di sorprenderlo, anche se era chiaro che sapeva apprezzare la franchezza e che non avrebbe accettato niente di meno. Né da me, né da nessuno.

Se ne stava lì, incartapecorito in quella serra troppo riscaldata, accartocciato su una sedia a rotelle ultimo modello e semisepolto da un cumulo di coperte che, solo a vederle, mi facevano sudare. La badante lo accudiva come se fosse stato un bambino, con solerzia e silente sollecitudine, facendosi poi subito da parte fino a scomparire e a mimetizzarsi tra le felci e le piante tropicali. Ma si capiva che intanto mi teneva d’occhio, pronta a intervenire se solo avessi osato turbare la pace di quel paradiso artificiale. Per questo, forse, mi guardò male quando esordii con la prima delle mie fulminanti battute. Il generale mi aveva chiesto come volessi l’aperitivo. Io avevo risposto: “nel bicchiere”. Una freddura forse poco felice, ma che aveva strappato al povero vecchio una stortura di sorriso.

Subito dopo, aveva cominciato a parlare del problema che gli stava a cuore tra sibili e sospiri di un’asma che a tratti lo scuoteva tutto. Due figlie, innocenti come piante carnivore in piena fioritura, che continuavano a mettersi nei guai più o meno ogni dieci minuti, le prove di un ricatto da recuperare, la sensazione indefinibile che, al di là delle parole dette, ci fosse però qualcosa di più. Qualcosa che lui voleva da me e che io, assolutamente, dovevo trovare. La verità. La stessa che, a quanto pare, tutti quanti stavano tacendo.

E questo a lui non sfuggiva, perché, nonostante l’età senile e la malattia che da dentro lo stava divorando, era di una lucidità sconcertante. Si circondava di orchidee, ma sapeva bene come fosse effimero il loro superficiale fascino estetico.

— Vede questi fiori? — mi disse, infatti — si lasciano curare, coltivare e sbocciano per te, ma alla fine si rivelano per quelle creature orribili che veramente sono. La loro carne assomiglia troppo a quella umana e il loro profumo ha la putrida dolcezza della corruzione — fece una pausa, scosso dai rantoli di un attacco di tosse improvvisa, poi proseguì — risolva questo problema, Dottor Badalamenti. Sono certo che ha compreso bene quel che desidero da lei.

E detto questo si girò, voltandomi le spalle, manovrando con perizia la carrozzella scintillante color rosso Ferrari. La badante ucraina lo seguì con lo sguardo, visibilmente preoccupata, mentre mi accompagnava alla porta, dalla quale lanciai la mia frase di commiato, a mo’ di biglietto da visita: — Quando cerco qualcosa, la trovo sempre. È per questo che mi pagano. — Avevo detto “qualcosa” ma in realtà avrei dovuto dire “qualcuno”, perché a quell’uomo fragile e malato non era sfuggito ciò che tutti quanti, in famiglia, avevano cercato di nascondere, e cioè che suo genero, forse il figlio che non aveva mai avuto, era scomparso. La storiella della partita di pesca sportiva che a casa gli avevano propinato, probabilmente, non l’aveva ingannato nemmeno per un minuto.

Uscii da quella serra con la pesante sensazione che la mia fosse una corsa contro il tempo. Che quel povero vecchio, se anche fosse stato in grado di sopravvivere alla verità, forse non sarebbe arrivato in tempo a sentirsela raccontare. Ma quando prendo un impegno, ci tengo a render conto direttamente a chi mi ha ingaggiato. Senza intermediari. Per quanto affascinanti essi siano. Quell’uomo, ora morente e vinto dal suo male, aveva fondato una dinastia e un impero. A conti fatti era un sopravvissuto di un’antica stirpe, forse l’ultimo esemplare del suo genere.

Mi pareva quasi di sentirlo mormorare, con quel refolo di voce che ancora gli rimaneva, le parole che sancivano insieme il suo successo e la sua rovina: — Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli o pecore, continueremo a crederci il sale della terra.

Già, il sale della terra, ma il cuore di Roma non è mai stato il marmo del Senato, quanto piuttosto la sabbia del Colosseo. E infatti le figlie, tutte e due, erano fatte di un’altra pasta. La maggiore era di quelle che pensavano di poter trattare tutti gli uomini come bestie ammaestrate, e il bello è che sembrava ritenere un’offesa personale il fatto che alcuni non obbedissero all’istante solo a uno sventolare delle sue lunghe ciglia da falena. L’altra invece, ancora nella fase della sperimentazione, oscillava continuamente tra il ruolo della femme fatale e quello della ragazzina ribelle.

La prima volta che la vidi era strafatta di qualcosa fino alla cima dei capelli, dondolava pericolosamente in precario equilibrio su un paio di tacchi alti come un comodino e finì col cadermi tra le braccia mentre passavo, con un pessimo effetto sulla badante ucraina che, con i suoi cento chili di stazza, sembrava essere in grado al tempo stesso di sollevare da terra sia il povero infermo che il sottoscritto, se solo avesse ritenuto che fosse stato il caso di sbattermi fuori casa. La scena che si svolse fuori dalla serra sembrava essere stata scritta apposta per una commedia da avanspettacolo di quart’ordine. Il grande salone era tappezzato da arazzi e quadri che ritraevano varie generazioni di antenati del generale Selva, tutti soggetti con i quali, in linea di massima, pareva decisamente consigliabile andare più che d’accordo. Chissà se anche loro avevano avuto delle figlie decisamente sbilanciate dalla parte pericolosa dei vent’anni? Uno di tali esemplari di femmina procace mi si stava facendo incontro giusto in quel momento, veleggiando dallo scalone imponente di pietra con gli occhi curiosamente assenti e fissi di chi dietro a una bella carrozzeria non ha molti ingranaggi da mettere in moto, la mattina. I suoi denti erano piccoli e bianchi come quelli di una faina, e infatti sembrava proprio un animale da preda mentre mi prendeva le misure.

— Ma come siete alto — mi disse.

Risposi che non lo facevo apposta, e lei si scompisciò dalle risate, gettando indietro la gola e continuando a scendere con quel suo fare traballante reso ancora più incerto dai tacchi altissimi. Sentivo sbuffare il donnone dietro di me che probabilmente, se avesse potuto fare a modo suo, avrebbe affogato la piccola faina nella piscina olimpionica che là fuori riluceva sotto a un sole abbagliante, sicuramente anche quello acquistato su commissione. Non mi era sembrata una gran battuta, ma la fanciulla invece parve trovarla irresistibile. Visto che però non mi sdraiavo a terra con le zampe in aria, come lei si sarebbe aspettata, la bella virago in erba cominciò a squadrarmi con aria sospettosa. Evidentemente, però, lo sforzo di fare due cose insieme era troppo per quella testolina, tra l’altro decisamente appannata dai vapori tossici di chissà quale roba inalata, siringata o sparata dentro ai suoi vortici cerebrali, perché proprio sull’ultimo gradino caracollò, solcando l’aria verso di me con la grazia di un brigantino che si schianta contro la scogliera. A quel punto la scelta era tra lasciare che si fratturasse il naso contro lo scalone di marmo o afferrarla tra le braccia, così l’acciuffai per le ascelle e lei si lasciò andare mollemente, cingendomi il collo con le braccia e stampandomi al contempo un potente succhiotto sul collo. Non dissi nulla, mentre, alle mie spalle, sentivo lo sguardo della donna ucraina perforarmi la nuca. Quando sei in dubbio, segui sempre il tuo naso, mi dissi. Così, con estrema grazia, depositai la donzella in salvo sull’ultimo gradino e, con il colletto della camicia striato di rossetto, mi girai appena in tempo per fronteggiare l’altra pianta carnivora della casa. Abbagliante come una visione, la figlia maggiore del generale mi stava squadrando.

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Come un laccio blu (racconto pubblicato su KULT Underground)

Questo racconto è un piccolo omaggio alla bella e brava scrittrice Sabina Marchesi, la mia “cream”-inologa di fiducia, colei che, anziché peripezie in balera, fa delle ottime perizie balistiche e mi insegna con cognizione di causa quali ossicini (umani, mica di seppia!) spezzare per scrivere storie più nere del nero (questa volta di seppia ci sta).

Ho voluto dare l’occasione al mio Sauro di interagire con Olga, l’audace centralinista erotica già protagonista di Sexy Thriller, il romanzo di esordio di Sabina, scritto a due mani con la grande Claudia Salvatori per Aliberti Editore.


Il tecnico della compagnia telefonica stava trafficando sulla centralina, impegnato a collegare e scollegare fili mentre le linee, diabolicamente, continuavano a tacere. Irritata dal contrattempo Olga uscì sul terrazzino a fumare una si­garetta, incurante del divieto che campeggiava a lettere cubitali sulla parete. Disagio su disagio, irritazione che si aggiungeva a irritazione. Però non era male quel tecnico, sotto le maniche arrotolate della camicia si intravedeva un certo tono muscolare e l’atteggiamento dell’uomo, intento al suo lavoro, suggeriva una sorta di quieta consapevolezza delle proprie capacità. Non si affannava, non cedeva al nervosismo, sembrava totalmente calmo e padrone di se stesso, pur nel panico generale che, ormai, cominciava a impadronirsi del Call Center. Il fumo azzurrognolo saliva in morbide volute serpeggianti, l’aria frizzante temperava di blu il cielo sgombero da nubi, illuminando quell’angolo di periferia di una luce promettente. Ma di uomini promet­tenti invece in giro non ce n’erano. Fatta eccezione per la guardia giurata, giù al portone, e per il parcheggiatore abusivo che vigilava sulle loro macchine, non c’era nessun altro. Ecco perché, per un solo breve momento, perfino il tecnico della compagnia telefonica le era sembrato inte­ressante. Ma che ora si sbrigasse perché quello che Olga bramava davvero era che il collegamento fosse ripristinato per poter tornare nel suo personalissimo mondo dove il sottile filo di una voce poteva dipanare per lei sensuali spi­re di magia e passione.

* * *

– Dunque mi faccia capire bene. Lei gestisce un Call Center erotico dove sono impiegate, su tre turni diversi, almeno novanta ragazze. Vuol sapere da me se una di queste in­frange il regolamento spingendosi a dare appuntamento a uno dei suoi clienti. E pretende che io indaghi solo parlandoci al telefono?

– Per forza, è naturale. Mi pare proprio l’unico sistema possibile. Vede, la nostra sede si trova in una zona periferi­ca, l’affitto è ragionevole e tutto intorno ci sono solo uffici e capannoni. È chiaro che un via vai come quello che gene­riamo noi, su tre turni, non può passare inosservato, ma la gente crede che ci occupiamo di sondaggi e merchandi­sing. Se a qualcuna delle ragazze venisse in mente di dare appuntamento a qualcuno, la nostra riservatezza andreb­be a farsi benedire in un attimo e io dovrei impiantare tut­to da capo da un’altra parte. Si tratta di un lusso che non posso proprio permettermi.

– Via, non credo che darebbero un appuntamento proprio nel piazzale davanti alla vostra sede, non crede?

– Naturalmente no, nessuna di loro è così sciocca. Sanno bene i rischi cui vanno incontro, probabilmente scegliereb­bero come luogo del convegno un locale pubblico, che a loro potrebbe anche apparire sicuro. Ma il tipo di uomo che si rivolge a un telefono erotico può anche essere peri­coloso. Qualcuno capace di seguirti fino a casa o al lavoro, per intenderci.

– Va bene, ma cos’è che l’ha messa in allarme in particola­re? Insomma, perché ha deciso di rivolgersi a me proprio adesso, mi pare che la vostra attività sia in piedi da parec­chio tempo. Che cosa è cambiato ultimamente?

– Lei.

– Lei?

– Lei, è cambiata. Ma non le dirò il suo nome. Voglio che lo scopra da solo.

– Aspetti, mi faccia capire bene. Lei ha in mente dei so­spetti precisi su qualcuna delle sue ragazze ma non mi vuol dire chi è? Guardi che se non condivide le sue informazioni con me partiamo male. Anzi, non partiamo affatto. Se sospetta di qualcuna in particolare me lo deve dire.

– No, non le dirò nulla, questo è l’assegno.

* * *

L’assegno era ragguardevole. Praticamente parlava da solo, ma il lavoro nel contempo si rivelò piuttosto noioso. La maggior parte delle ragazze con cui ebbi a che fare esibiva al telefono un repertorio di piacevolezze erotiche piuttosto prevedibile, di una banalità disarmante. Oltretutto la parte del maschio frustato non faceva per me. Non che loro se ne accorgessero, di psicologia ne sapevano pochino, non appena credevano di aver intuito generi e preferenze par­tivano in quarta con il solito copione di ansiti e sospiri, in­frammezzato da qualche sconcezza da saloon di quart’or­dine. Poi trovai lei. E capii subito quello che il mio cliente intendeva dire. “Lei” era diversa.

* * *

La testa reclinata all’indietro, gli occhi che inseguivano una macchia sul soffitto, la pelle bianca della gola che palpitava a ogni parola, mentre la voce roca e sensuale sembrava uscire direttamente dalle sue viscere, piuttosto che dalla bocca. Olga diventava sempre così, quando dall’altra parte trovava qualcuno che sapeva come condurre il gioco. Allo­ra le fantasie dell’altro diventavano le sue, il mondo che l’uomo voleva evocare era quello in cui anche lei avrebbe voluto vivere, le regole si uniformavano, gli scopi si sovrap­ponevano. Era allora che Olga voleva, disperatamente vo­leva, che il sogno diventasse realtà. E per far sì che questo accadesse, c’era un sistema solo.

* * *

Lui le aveva dato appuntamento, anzi: le aveva “comanda­to” di andare là. E lei, docile, si era lasciata manovrare come una bambola. E come una bambola si era preparata per l’occasione. I lunghi capelli dorati coi boccoli raccolti alti sulla nuca, a scoprire il tatuaggio di una rosa che, col suo tralcio rampicante, dalla sommità del seno si allungava verso la spalla lasciata nuda dal top di raso color bronzo. Oro e bronzo: come la statua di un idolo pagano da conquistare.

Al bar si erano appena intravisti, lei sapeva già quello che sarebbe successo. Il luogo dell’appuntamento, del resto, non lasciava adito a dubbi. Il Lounge Bar dello Sheraton Hotel. Sapeva che ci sarebbe stata una chiave, una stanza da raggiungere, una scena da recitare, un copione da se­guire. L’avevano già fatto tante di quelle volte al telefono che avrebbe saputo eseguire ogni passaggio anche dor­mendo, ma in quel momento invece non dormiva. Stava fremendo in ogni singola fibra del suo essere. Sarebbe sta­to quello giusto?

* * *

Per lunghi giorni mi ero interrogato su cosa avrei fatto quando sarebbe giunto il dunque. Per giustificare il mio compenso era sufficiente dimostrare che lei, ed ero certo che fosse proprio quella “lei” che il mio cliente sospettava, mi aveva dato un appuntamento. Però poteva non bastare, se non si fosse presentata. E infatti ciò che mi ero ripro­messo di fare era essenzialmente quello: verificare che si presentasse all’appuntamento, scattare un paio di foto col cellulare per procurarmi le prove e poi dileguarmi, silen­zioso nella notte, come il bastardo che ero. Ma quando la vidi davvero, qualcosa scattò dentro di me. Si era descritta per telefono, con quella sua voce roca che invece di allon­tanare gli uomini sembrava avvicinarli. Bionda, florida, ben messa, lunghi boccoli biondi, un tatuaggio che, da solo, era tutto una dichiarazione d’intenti. Ma non pensavo mai che fosse così. Camminava su un paio di sandali alla schiava dorati, che le si attorcigliavano come serpenti su per la ca­viglia ben tornita, portava un paio di pantaloni di raso co­lor bronzo così aderenti da sembrare calze, un top color oro che le lasciava scoperte le spalle e uno spolverino por­tato con noncuranza, sciallato sulla schiena come fosse il kimono di una geisha. Oro e bronzo, un tripudio di abbon­danza e di calde promesse. Non so cosa mi prese, ma le passai davanti come se fossi il dio Pan, allungandole un fo­glietto con su scritto: “30 minuti, camera 18, laccio blu”. Avevo preso la camera in via precauzionale, non pensavo davvero di usarla, e quando le lasciai la chiave con quel folle biglietto non pensavo nemmeno che la usasse lei. Vo­glio dire, me lo auguravo, ma non ci speravo proprio. Inve­ce, quando salii, trenta minuti dopo, lei aveva eseguito tut­to il nostro copione, passo dopo passo, esattamente come lo avevamo progettato insieme, giorno dopo giorno, du­rante quelle telefonate così roventi e improbabili che an­cora oggi mi chiedo se ci siano state veramente.

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Sorvegliato speciale (racconto pubblicato su Thrillerpage)

Accadde una mattina di maggio. Non avevo ancora elaborato appieno il lutto del risveglio, che un pelo eburneo di luce umida si calò dalle piaghe della persiana fotocìda mal richiusa, e cadde sulle mie occhiaie come una sbavatura di rimmel di stanchezza.

All’offensiva seguì un rapsodico calpestio di ciglia che mi strappò dallo stato vigile, rispedendomi senza appello al mittente sonno dei giusti.

Rimasi stagnante nel letto ancora un’ora, frollo com’ero di ignavia, estradato in quel di Morfeo con l’addebito di compiuta giacenza.

Riaddormentandomi, la realtà si dissolse in uno sciame di volti dagli occhi opalescenti e dalle bocche abrase, fosche epifanie che, una dietro l’altra, spuntavano dai tumuli stepposi della mia coscienza.

(Il passato era in agguato negli anfratti della mia camera da letto e negli scricchiolii che, notte e giorno, ci si perpetuavano dentro…)

Riconobbi alcune delle vittime che avevo mietuto a colpi di dimenticatoio, e che ora stavano riemergendo per venire a prendermi.

Avevo bevuto molto quella notte, troppi mojito, ne sono certo, tanti che forse non avrei nemmeno dovuto guidare. Ma non m’importava. Erano giorni in cui sentivo di avere il mondo in mano e pensavo di essere un vincente. Quando mi accorsi che dietro la curva il traffico era bloccato, naturalmente era troppo tardi per frenare, e aggrappato allo sterzo tentai comunque di evitare l’ostacolo, ma anche così l’urto fu talmente forte che vidi lo sportello dell’altra macchina saettare davanti a me, rotolando sull’asfalto per diversi metri prima di fermarsi al lato della carreggiata. Quando guardai nello specchietto retrovisore notai che stavano soccorrendo una donna anziana. Indossava una pelliccia tinta miele, forse di visone. Sapevo che non potevo farci nulla, del resto mi pareva che stesse abbastanza bene, e poi non ero mica stato io a investirla: avevo solo divelto lo sportello. Colpa sua. Qualcun altro al posto mio forse si sarebbe fermato, avrebbe cercato di tornare indietro, magari per offrire il suo aiuto. Ma io non feci nessuna di queste cose. Ingranai la marcia, e ripartii piano, andandomene per i fatti miei. Poi accelerai, e cominciai a correre sempre più avanti. Credo fu un riflesso incondizionato, come quello delle bestie che si sentono braccate. Non volevo mica passare dei guai per qualcosa di cui non avevo la minima responsabilità. Pigiavo sul pedale dell’acceleratore come se da quella pressione potesse dipendere la mia stessa vita. Così accadde che al semaforo successivo tagliai la strada a un motociclista. Quello cadde davanti a me, e la moto, scivolando, andò a fermarsi contro le ruote di un autoarticolato. Non lo investii per un soffio, tanto che, quando si alzò zoppicando, colpì con un pugno il cofano della mia vettura. Attraversò per andare a recuperare la motocicletta, trascinando una gamba, ancora mezzo girato a urlarmi contro. È per questo, forse, che fu travolto da un’automobile lanciatissima in senso contrario. Io ripartii. Non era stata colpa mia. Dopo la caduta si era rialzato e stava camminando, stava così bene da insultarmi, addirittura. Ormai ne avevo abbastanza di pensare a storie e a complicazioni, volevo solo tornarmene a casa ed ero quasi arrivato, quando giunsi sul rettilineo. Vidi che nel bel mezzo della carreggiata c’era una donna che stava attraversando sulle strisce, spingendo davanti a sé una carrozzina, come se avesse tutto il tempo del mondo. Non avevo alcuna voglia di rallentare, anche perché perfino da lì si capiva che aveva tutto lo spazio che voleva per passare. Ma quella si spaventò e arretrò di colpo, proprio quando dall’altro senso stava arrivando un mezzo della nettezza urbana. Lei scartò di lato rovesciando la carrozzina sull’asfalto. Io andai dritto per la mia strada, senza nemmeno voltarmi indietro. Ero stufo di avere casini quando tutto quello che volevo era solo infilarmi dentro a un letto.

Ci misi un tempo assai lungo prima di realizzare che da quella notte sotto casa mia spesso stazionavano tre persone che non avevo mai visto. Un uomo con il casco, una signora anziana che indossava una pelliccia nonostante fossimo a maggio, e una giovane donna con una carrozzina. Non riuscivo mai a inquadrare i loro visi, però riuscivo lo stesso a percepire quanto la loro presenza fosse inquietante. Sembravano piantoni messi di guardia a una garitta invisibile. Pareva non volessero andarsene mai, non mangiavano, non dormivano, non parlavano: stavano lì e basta.

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Il furto del secolo (racconto pubblicato su Sherlock Magazine)

— Nel 1540 a Parigi la bottega di Benvenuto Cellini, orafo e scultore, era in piena attività. Assai benvoluto dal re, il nostro artista italiano non conosceva limiti alla sua ispirazione e poteva godere della smisurata soddisfazione di poter realizzare ogni progetto grazie a una grande disponibilità di materie prime e pietre preziose, per non parlare dei ricchi compensi in denaro. Nacquero così alcuni dei più notevoli capolavori del Rinascimento, oggi purtroppo scomparsi, depredati o distrutti: boccali, brocche, bacili, fini e preziose suppellettili concepite per abbellire la tavola di cardinali, signori, principi e re. In quel periodo imperava il gusto per servizi da tavola sempre più sontuosi e le famiglie dei nobili erano costantemente in competizione tra loro per accaparrarsi il primato dello sfarzo e dell’ostentazione. Nei banchetti dell’epoca si esibivano al tempo stesso pietanze elaborate composte con spezie e cibi esotici e suppellettili da tavola realizzate come opere d’arte. Pezzi unici, rarissimi e di valore inestimabile, in oro, argento, avorio, pietre preziose e legni pregiati. Ciò nonostante pare che quando il Cellini presentò il progetto per la saliera, il suo primo committente, il Cardinale Ippolito d’Este, ne rimase sconvolto e fu costretto a declinare la commissione perché, a conti fatti, non poteva permettersi un lusso del genere. Così, quando Benvenuto Cellini passò alla corte del re francese, pensò bene di ripresentare l’idea che questa volta venne accolta e approvata. Ma anche il re, si narra, a lavoro effettuato ne rimase stupito, tanto da recarsi alla bottega per complimentarsi personalmente con l’artista. Ci vollero tre anni per portare a termine quello che è oggi l’unico capolavoro dell’arte orafa del Cellini giunto fino a noi. Scampata alla fusione proprio grazie alla sua particolarità eccezionale, la saliera venne donata da Carlo IX a Ferdinando II, nel 1570. Dalle mani degli Asburgo passò direttamente alle teca del museo Kunsthistorisches di Vienna, dove venne rubata l’11 maggio del 2003.

— Insomma dopo secoli di guerre, rivoluzioni, invasioni e catastrofi varie, alla fine siamo stati noi, gente del ventunesimo secolo, a farci soffiare sotto il naso uno dei pochi capolavori riuscito a passare indenne tra le maglie della storia fino ai nostri giorni?

— Esattamente, Miranda. In effetti è proprio così che è andata.

— Sia pure, ma tu che c’entri?

— Be’ il museo viennese aveva ovviamente assicurato la saliera per una cifra astronomica, così, poiché il capolavoro era di origine italiana, la direzione, al momento del furto, pensò bene di mandare anche me a Vienna per coadiuvare i colleghi austriaci nei primi sopralluoghi.

— E hanno dovuto pagare il premio alla fine?

— Be’ vedi, ti racconto come andò. Dalle ricostruzioni è emerso che furono necessarie ben due persone per compiere il furto del secolo e sottrarre uno dei capolavori più preziosi di tutti i tempi. Un’impresa davvero rocambolesca. L’11 maggio c’erano delle impalcature montate all’esterno del Museo delle Belle Arti di Vienna, per il restauro della facciata. Così i ladri non hanno dovuto fare altro che arrampicarsi, forzare una finestra, rompere la teca e ridiscendere, mettendosi al sicuro prima dell’arrivo dei nostri. Tempo massimo di esecuzione: direi circa due minuti.

— Mi stai dicendo che il museo, nonostante i lavori in corso, non aveva pensato a rinforzare le misure di sicurezza?

— Già.

— E ovviamente, allora, non è stato pagato nulla, vero?

— Infatti.

— Ma allora, scusa tanto, perché mai adesso devi partire di nuovo? Sono passati più di cinque anni ormai. Non capisco che tracce speri di poter trovare…

— Vedi, nel 2004 la sede centrale della compagnia ricevette una lettera che chiedeva dieci milioni di riscatto per la restituzione della saliera.

— Dieci milioni? Ma stai scherzando? Di cosa? Lire, Sterline, Dollari?

— Euro.

— Euro? Ma in Lire, aspetta fammi pensare, in Lire sarebbero… Oddio non riesco a fare il conto…

— Circa venti miliardi, lira più, lira meno…

— Venti miliardi?

— Certo, più di quanto avrebbe pagato un collezionista privato, senza contare l’impunità, compresa nell’accordo.

— Vedo, e la compagnia che cosa ha fatto, ha pagato poi?

— No, le trattative si sono interrotte prima che fosse necessario prendere una decisione in merito.

— Ma come facevano a sapere che non si trattava di un bluff?

— I ladri mandarono una prova, un pezzo del tridente, che fu periziato e riconosciuto come autentico. Non solo, ma la cura con cui il tridente era stato estratto dimostrò anche che il cimelio veniva trattato con debita cura e rispetto.

— Okay, ma allora “cosa” interruppe le trattative?

— Vedi la polizia austriaca si mise di mezzo e intercettò il corriere, quello che portava i messaggi e che aveva consegnato il tridente. Così la banda, visto che ormai era bruciato, decise di liquidarlo. Il suo cadavere venne ritrovato nel fiume.

— Nel Danubio?

— No cara, il Danubio attraversa la Svizzera non l’Austria. Il fiume in questione si chiama Wien, come la città…

— Ah… chi se ne frega. Piuttosto, morto il corriere, poi che è successo?

— Be’ sia noi che i colleghi austriaci, dopo le forze dell’ordine, abbiamo compiuto decine di sopralluoghi e perquisizioni a casa sua, sperando di trovare qualcosa, una traccia, un indizio, ma non c’era niente.

— Okay e adesso che cosa è cambiato?

— La vedova sta per vendere l’appartamento. Ha portato via solo i suoi effetti personali e mi ha spedito le chiavi perché vada a compiere un ultimo tentativo, prima che i nuovi proprietari prendano possesso dei locali e si disfino magari di qualche arredo.

— In cambio di cosa? Non dirmi che è stata colpita dal tuo fascino latino…

— No è stata colpita da una mazzetta di banconote che le ho fatto arrivare ogni anno per assicurarmi la sua collaborazione, così, nel caso sapesse qualcosa.

— Politica della compagnia?

— Certo, se pensi che erano pronti a pagare venti miliardi di riscatto, puoi calcolare da te il valore intrinseco di quell’oggetto, che, forse, è rimasto nascosto chissà dove per tutti questi anni.

— Ma scusa, se il corriere è stato ucciso dai suoi complici, chi ti assicura che questi non abbiano spostato altrove la saliera?

— Secondo noi il corriere ha cambiato il nascondiglio prima di essere ucciso e adesso nessuno sa dove sia. Se no saremmo stati contattati con una nuova richiesta di riscatto, non credi?

— Già… pensa, avere un oggetto di valore inestimabile e non tentare nemmeno di rivenderlo. Sarebbe assurdo. Va bene far calmare le acque, ma insomma… cinque anni sarebbero troppi per chiunque. Però non hai pensato che potrebbe essere stata rivenduto sul mercato privato? E se l’avesse acquisita qualche eccentrico collezionista multimiliardario?

— Queste cose nell’ambiente si vengono a sapere. Se la saliera del Cellini fosse riaffiorata nel vasto marasma delle opere d’arte trafugate prima o poi ne avremmo avuto sentore. No, la saliera è ancora nascosta da qualche parte.

— E tu speri di trovare in quell’appartamento qualche indizio anche dopo tanti anni?

— Vedi, se il corriere gli ha cambiato posto, di certo sapeva quello che rischiava e deve averla nascosta davvero bene, forse come assicurazione sulla sua stessa vita.

— Però l’hanno ammazzato lo stesso.

— Probabilmente non gli hanno creduto. Avranno pensato che gli mancava il fegato… e invece l’hanno ucciso per nulla.

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Red Arrow (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

Tre giorni a Roma per testimoniare in tribunale, il viaggio di andata l’abbiamo fatto con Domenico, in macchina. Nel complesso l’esperienza non è stata male. Il cliente, grato per le informazioni che gli abbiamo scovato, ci ha elargito un rimborso spese che definire munifico suona quasi riduttivo. A tarda primavera, Roma, rispetto a Milano, è tutta un’altra cosa. Sembra di partire da una dimensione per poi sbarcare in un’altra. Metti in valigia abiti pesanti e giubbotti di pelle e ti trovi immerso in una folla di vitelloni con camicia aperta di tre bottoni sul collo e morbidi blazer mollemente appoggiati sul braccio. Il soggiorno, delirio giudiziale a parte, è stato piacevole. Gli avvocati in aula hanno fatto i loro soliti giochi alla tira e molla, ma fuori tirava un ponentino paradisiaco capace di far svolazzare le gonne di ragazze al pascolo che sembravano tutte in festa. Donne in carriera, manager rampanti, centraliniste, commesse… oggi sembrano tutte dee delle passerelle. Fisici tonici al punto giusto, gambe scosciate, sandalo aperto, calza velatissima o già la pronta esibizione della prima abbronzatura, capelli rigorosamente stirati lunghi cinque metri e luccicanti come gli elmi delle valchirie, sorrisi a quarantotto carati, occhi allungati da fiera delle savane, zigomi alti ed esotici, menti squadrati. Ecco, giusto per dirvi che alla fine il lavoro dell’investigatore assicurativo a guardare bene i suoi vantaggi ce li ha. A parte la contumacia tra legulei alla quale non ho partecipato se non in veste di testimone, questo mini soggiorno a Roma è stato veramente una passeggiata. Albergo a cinque stelle, suite presidenziale o regal-principesca che dir si voglia, mega servizio in camera, una cucina da gran gourmet come è raro trovarne, massimo comfort e discrezione. Peccato non aver avuto nessuno da invitare, perché ho dormito nel più bel letto che mi sia capitato di vedere da un po’ di tempo in qua, sembrava il baldacchino di Cleopatra. Ma si sa che la perfezione non è di questo mondo.

Avevamo in programma di tornare insieme in macchina, quando esce fuori che Domenico deve trattenersi per stendere la relazione finale e dirimere alcune questioni burocratiche di poco conto ma urgenti, che il cliente pretende siano sistemate subito in collaborazione col suo strapagatissimo stuolo di consulenti legali. Poiché è lui che apre il cordone della borsa, a me sta bene così. Il fatto però è che ho un impegno a Milano e devo rientrare. Ma quando si viene a sapere del cambio programma, tra una cosa e l’altra è già tardi, e l’addetto alla reception mi informa che l’ultimo Freccia Rossa parte di lì a poco e che prima di arrivare da Prati a Termini, taxi o metrò che sia, c’è il rischio di perderlo. Certo, potrei dormire in albergo e partire col primo treno della mattina, ma vorrebbe dire arrivare trafelato a un appuntamento che invece ho idea potrebbe essere importante e che merita tutta la mia attenzione. Così propendo per un vagone letto, pazienza se sarà un Exclesior o un banalissimo Espresso, tanto lo sanno tutti che anche il mitico Freccia Rossa in fondo non è altro che un Eurostar riverniciato.

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Beneficiando (pubblicato su Progetto Babele)

La telefonata, naturalmente, arriva nel momento meno appropriato. Odio essere chiamato per lavoro quando me ne sto da solo nel mio rifugio a Varenna. Non che qua io mi diletti con chissà quali passatempi, ma insomma, questo è il mio spazio vitale. Cerco di tenere tutti lontano, al punto che pochi sanno che abito qui e quelli che conosco sul posto non sanno nemmeno che lavoro faccio. Ma il telefono, quello no, di quello non posso fare a meno. Soprattutto quando chi chiama è Domenico. Non è tanto perché mi ha tirato fuori dai guai anni fa, certo anche per quello, ma è che se lui mi chiama, quando sa che me ne sto in pace a casa mia, vuol dire che è successo qualcosa di grosso. Sono a Varenna solo nel fine settimana, dal Venerdì pomeriggio al Lunedì mattina, e in tanti anni credo che Domenico Costa mi abbia chiamato solo un paio di volte mentre ero qui. In genere, visto che trattiamo questioni assicurative, le nostre indagini possono aspettare che arrivi il Lunedì. La maggior parte delle volte, almeno. Ma non questa, a quanto pare. Così, sono appena tornato dai miei cinque chilometri di jogging attorno al lago e sto già pregustando una doccia bollente, seguita da cena scaldata al microonde e dalla visione di Fronte del Porto che è già lì, pronto nel videoregistratore. No, non ditemelo, vi prego. Esistono altri sistemi, lo so. Ma vedete, io sono un patito di film noir, si trovano solo su VHS e non mi importa se è superato da chissà quali diavolerie elettroniche. I film sono antichi, antico deve essere il riproduttore. Almeno secondo me. Come che sia, però, i miei programmi devono essere rimandati, il telefono squilla e se Domenico mi chiama nel week-end, a questo punto, voglio proprio sapere perché.

Quello che sento però non mi piace. Una giovane famiglia è stata brutalmente sterminata in un casale d’epoca sul lago, poco lontano da qui, a Bellagio. Ora, George Clooney a parte, se c’è un posto meno lontano dal concetto di violenza è proprio questo. Sulle rive del lago di Como, che io sappia, il tasso di delinquenza è prossimo allo zero. Che diavolo, perfino le turiste distratte che dimenticano la borsetta sul traghetto, vengono rintracciate in albergo e prontamente reintegrate dei beni perduti, con tanti ringraziamenti da parte della Pro Loco e le scuse ufficiali del Sindaco. Dunque, non so se siete mai stati da queste parti, ma dire che è un posto da pensionati è dire poco. È il classico luogo di vacanza dove ti vieni a riposare quando non hai voglia di pensare a niente e a nessuno. Qui se vuoi trovi tutta la tranquillità che ti serve, giacché, escluso il via vai, si fa per dire, dei traghetti sulle acque ferme del lago, ci sono solo un paio di strade, qualche negozio, la passeggiata panoramica e niente di più. Insomma è un posto dove i marciapiedi vengono arrotolati al tramonto, tanto per capirci.

Che ci sia stata una strage mi sembra ancora impossibile, ma, visto che sono qui, penso che sia il caso di muovermi e di andare a controllare di persona. È autunno, tra l’altro, non certo la stagione adatta per rintanarsi nella casa al lago, se uno viene da Milano. Infatti le vittime non sono di qui. È la prima cosa che vengo a sapere quando giungo sul posto e mi imbatto nel solito capannello di curiosi. Anche i vicini qui sono diversi. Se ne stanno fuori dal cancello, rispettosi dei rapporti di buon vicinato, quasi timorosi di invadere la privacy di quei poveri morti. Come se anche da morti si avesse diritto allo stesso rispetto dovuto ai vivi. Non è che sia una filosofia sbagliata ma, per intendersi, un pensiero del genere in un condominio di Milano sarebbe del tutto inapplicabile, per non dire inconcepibile. Una famiglia normale, mi dicono, normalissima. Madre divorziata, due figli adolescenti, un casale di quelli di una volta, interamente in pietra, mollemente poggiato su un declivio che offre una vista spettacolare del lago. Vengono sempre qui a passare le vacanze, sento raccontare, ma vivono a Milano. Però hanno questa casa da sempre, tanto che in paese la chiesa ha anche un banco col loro nome inciso. Domando se vale parecchio, un casale vista lago col suo appezzamento di terra. Mi guardano male, come se parlare di queste cose sia inappropriato in un momento del genere, ma poi alfine si risolvono a rispondermi. “Vendere?” – mi dicono – “Ma quando mai. Loro no. Indipendentemente dal prezzo, non avrebbero venduto mai. Non le due sorelle, certo. Forse, chissà, i loro mariti avrebbero anche voluto, ma loro no. Loro, erano figlie del Gilardoni.” Lo ripetono più volte, con la tranquilla sicurezza di chi sa quello che dice, il problema è che forse sono io a non capire. Pazienza, indagherò. In fondo è il mio mestiere.

La scena del crimine ve la risparmio, perché pare che madre e figlio siano stati colpiti niente di meno che da un fucile a pallettoni mentre dormivano nei letti gemelli in camera da letto. I carabinieri mi dicono che c’era sangue perfino sul soffitto. Ma i vicini, discreti, parlano d’altro. Il riscaldamento costa, mormorano compunti, per farmi capire perché madre e figlio dormissero insieme in cameretta. Già. Lo capisco da me, un casale vecchio come quello deve per forza essere pieno di spifferi e richiedere un mezzo patrimonio per la manutenzione. Quanto a riscaldarlo poi… non ne parliamo. “Ma loro non avrebbero venduto, sono figlie del Gilardoni.” Il concetto ritorna, insistente. Allora domando, ma Gilardoni chi? Non l’avessi mai fatto. È tutto un profluvio di chiacchiere adesso. Ma come, non lo so? Il Gilardoni che una volta faceva il mezzadro, poi è diventato padrone. Sono lievemente allibito. Il mezzadro? Nel ventunesimo secolo? Poi riesco a capire che si parla di varie generazioni di Gilardoni, ma il concetto chiave è che il nonno del nonno del trisavolo, o roba del genere, si è riscattato faticosamente dalla posizione di mezzadro acquistando la casa padronale. Questo è un posto dove il valore del lavoro duro viene rispettato, sempre. Non per nulla siamo così vicini alla Svizzera. Ecco perché, mi spiegano pazienti, con la cortesia che si usa con i forestieri, i ritardati e i duri d’orecchio, i Gilardoni futuri non avrebbero mai acconsentito a vendere. Vogliamo scherzare? C’è in gioco l’onore di un trisavolo che, come minimo, sarà morto da almeno duecentocinquanta anni. Io queste cose, ve lo giuro, non le capisco. Ma ai vecchietti del paese a quanto pare sembra un discorso sensato. Mi riprometto di indagare ulteriormente e vado avanti ad ascoltare discorsi. Si scopre che le figlie sono due, stanno entrambe a Milano, una ha divorziato, mica colpa sua, sono cose che capitano mi dicono, l’altra no. Una sta a Melegnano, l’altra a Milano in una zona elegante, un quartiere nuovo, ma non si ricordano bene il nome… Sì ma qual è quella che è morta col figlio, domando, perché confesso che sto cominciando a perdermi. Ma quella divorziata, mi dicono, lei, appena poteva veniva subito qui. Oh bene, penso tra me, finalmente si apre uno spiraglio. Forse se scopro i nomi delle due sorelle Gilardoni riesco a venirne fuori, ma m’illudo, peggio che andar di notte. Vien fuori che papà Gilardoni mentre attendeva che la moglie partorisse leggeva la Bibbia, pronto a scegliere il nome in base alla pagina in cui si trovava. Solo che nacquero due gemelle, che, giustamente, furono chiamate Maria Maddalena e Maddalena Maria. Bel capolavoro. So già che non mi ci raccapezzerò mai. Comunque sia, Maddalena Maria è quella che è morta, questo pare certo, con suo figlio Saul. Eccone un’altra con la passione religiosa, a quanto pare. Scampata al massacro l’altra figlia. Tremo solo al pensiero di chiedere il nome, ma devo. Non vengo deluso quando appuro che la miracolata, giustappunto, si chiama Esther. Be’, poteva andar peggio. Si è salvata perché era a casa sua, a Milano, stava studiando per gli esami, per lei niente vacanza nel fine settimana. Mi incuriosisco e domando se capitava spesso, mi dicono di no, venivano sempre tutti insieme. Tranne questa volta. Chi è stato, secondo loro? Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Ma quelli non rispondono, dalle facce si capisce che secondo loro nessuno può aver ucciso nessuno, non da quelle parti almeno. Eppure qualcuno è morto.

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Virago blues (racconto pubblicato sulla guida “Giallo e Noir” di SuperEva.it)

A volte non è facile. Sulla targa c’è scritto “Investigatore Privato” e la gente pensa di poterti importunare con tutte le preoccupazioni che le passano per la testa. C’è la vecchietta che ti chiede di ritrovare il barboncino smarrito, la moglie preoccupata che vuol sapere se il marito lavora ancora nello stesso posto o se per caso si è fatto licenziare, la mamma col figlio adolescente e brufoloso che sospetta chissà quali vizi occulti che vanno, generalmente, dalla presunta omosessualità al consumo su scala industriale di cannabis o cocaina. Io, che quando voglio ho la pazienza di Giobbe, cerco di spiegare cortesemente le cose come stanno. Alla fine mi occupo solo di indagini assicurative, dico, sforzandomi di fargli capire che, anche volendo, non sarei qualificato per occuparmi dei loro problemi, se no lo farei volentieri. Tento di essere gentile ma irrefutabile. Fermamente, rifiuto. Oddio, la maggior parte delle volte almeno. Perché poi, soldi a parte, che a volte te li sbandierano sotto il naso convinti quasi che pagando si possano liberare da quel peso ossessivo che li perseguita, insomma, soldi a parte, certe volte non è per niente facile liberarsi di loro anche perché, prima di fargli capire che non solo hai detto “no”, ma hai anche ogni intenzione di continuare a dire “no” nonostante tutto quello che potrebbero dire o fare, insomma, prima di convincerli che il tuo è un rifiuto-rifiuto, quelli ti hanno già raccontato tutta la storia della loro vita.

Intendiamoci, io adoro l’umanità, ma, per parafrasare un noto cantautore, “è che non sopporto tutta questa gente”. Anche se, devo dirlo, qualche volta si finisce con l’imparare moltissimo, a lasciar parlare la gente. Mi ricordo quella volta che la signora del quarto piano, un paio di gambe inguainate di nero e una taglia 46 prosperosa infilata dentro un vestito che le calza come una seconda pelle e che sotto fa indovinare di tutto, si è seduta proprio là, su quella poltroncina rossa e mi ha raccontato una storia che ha dell’incredibile, sporgendosi a mezzo busto e sventagliandomi sotto il naso una scollatura matronale con una disinvoltura da fare invidia a una pornostar navigata. Insomma se ne sta lì con tutta la calma del mondo e mi racconta che ha litigato col marito, che lui non la capisce, che è sempre troppo geloso, poverino… Io tra me e me penso che alla fine c’è da comprenderlo. Voglio dire se vedeste la gente come si gira quando la signora esce dal palazzo, capireste anche voi quello che intendo. Comunque la lascio parlare a ruota libera perché la vista, ve lo giuro, è di quelle incantevoli e non mi va davvero di metterle fretta e poi mi accorgo che la tipa sembra nervosa, continua ad accavallare le gambe e a cambiare la posizione e questo agevola molto la panoramica, non so se mi spiego. Insomma si agita, si gira, si contorce, gesticola, e a ogni movimento le forme generose contenute a stento dall’abitino a fiori sembrano esplodere, mettendo a dura prova le cuciture. Insomma tutto un balenio di forme sensuali e vampate di profumo che si sprigionano intorno. È solo dopo un po’ che comincio a chiedermi dove vuole andare a parare. Okay, mi dico, benissimo, ha litigato col marito… e quindi? Che vuole da me la conturbante virago, ora come ora?

Lo scopro ben presto, e vi giuro: non ci credereste mai! Il succo della questione è che lei e il caro coniuge hanno avuto un alterco e che, detta in breve, proprio in quel momento la bella maliarda stava preparando un arrosto. Mi racconta che, coltello alla mano, non volendo s’intende, gliel’ha appena agitato sotto il naso, così, giusto per sottolineare le sue argomentazioni. E insomma, disgraziatamente, lui si è avventato verso di lei… è scivolato sul tappetino e… ecco, come dire, probabilmente deve essersi ferito. Non potrei essere così gentile da accompagnarla un attimo nel suo appartamento per vedere se ha bisogno di aiuto, se deve essere medicato, se per caso bisogna chiamare un’ambulanza? La semi-vedova annaspa, cerca le parole, tenta di spiegarmi che da sola ha paura, che il maritino potrebbe essere troppo arrabbiato, che insomma teme per la sua personale, graziosissima, incolumità. Ecco, mi dice, come se solo in quel momento le fosse venuta la luminosissima idea, se solo io la potessi assistere nel caso di un diverbio ulteriore, lei mi sarebbe grata e riconoscente. Sulla precipua qualità e consistenza di quella riconoscenza non mi pronuncio perché sono un gentiluomo e non sarebbe cortese da parte mia.

Così mi alzo, rassegnato a fare da paciere in uno scontatissimo e banale scenario coniugale, e lascio che mi preceda verso l’ascensore perché, ve l’ho già detto, lo spettacolo è uno di quelli che merita. In ascensore, un metro per un metro a malapena, la sua presenza è tangibile e conturbante. Al pianerottolo ripropongo le debite distanze, giusto nel caso in cui il marito stia appostato dietro la porta armato d’ascia. Ma quello che trovo, invece, è tutt’altro. Di scene del delitto ho una certa pratica ma, credete a me, una cosa simile prima di allora l’avevo vista solo al mattatoio. Una scia di sangue compatta mi guida verso la salma del fu congiunto. Chiamare l’ambulanza, capisco subito, mi pare pleonastico anche perché è subito chiaro che il caro estinto deve essere passato a miglior vita già da un po’. Non per niente ho passato tanto tempo al fianco di Miranda durante i sopralluoghi giudiziari, qualcosa ho imparato. Da quel che vedo, la vedovella deve essersi riassettata per bene dopo il litigio, magari anche con una doccia ristoratrice e un bel bagno caldo. Insomma senza fretta, mentre il capro, scusate, il marito, se n’è rimasto di là a dissanguarsi lentamente. Mentre comincio a guardarmi le spalle, giusto nel caso che la tipa dovesse decidere che sono un testimone scomodo, cerco di guadagnare tempo. Che lui sia caduto, quasi per caso, sul coltello da arrosto che lei teneva in mano, sembra da escludere, ma certo mi guardo bene dal dirlo alla gentile amazzone. Tra una parola di rassicurazione e l’altra, mie, un sospiro e un semi svenimento, suoi, telefono al 113 e chiamo una volante. Non posso far altro, forse. O meglio, una cosa c’è: mettere in mezzo più testimoni possibili, onde togliere di mente alla vedovella qualsiasi ulteriore piano d’emergenza. È così che, dopo aver scampanellato a tutte le porte sul pianerottolo e aver raccolto due vecchiette spaurite e un fiero pensionato in procinto di recarsi alla bocciofila, mi dispongo ad aspettare pazientemente i rinforzi. Poi è andata come è andata. Eppure, ancora mi diverto a rileggere i verbali dei primi interrogatori che il Vice Commissario Melchiorri, gentilmente, ha voluto condividere con me. Ditemi voi se non è vero che si riesce sempre a imparare qualcosa in questa città malata e tentacolare. Ecco, leggete qui e poi sappiatemi dire.

Leggi il racconto completo su:
http://guide.supereva.it/giallo_e_noir/interventi/2010/10/virago-blues-di-giuseppe-foderaro

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