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Vedere la realtà in scala reale

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Nella notte senza luna del 14 Aprile 1912 si è verificata una delle più enormi tragedie del secolo scorso: l’affondamento del Titanic. Non si tratta solo della più grande catastrofe navale in tempo di pace, ma di un evento che a tutti gli effetti scosse il mondo e costrinse l’uomo a ridisegnare i confini del suo universo, a rivedere certezze e consapevolezze. La più grande nave mai costruita, la più lussuosa, la più tecnologica e all’avanguardia, parte per il viaggio inaugurale che avrebbe dovuto coprire 3.189 miglia verso la meta finale, New York, che non raggiunge mai. A bordo 2.223 persone, tra passeggeri di prima, seconda e terza classe e membri dell’equipaggio. Al momento dell’impatto con l’iceberg la temperatura esterna è di 1,5 gradi e quella dell’acqua di circa 4 gradi sotto lo zero, mentre tutto attorno soffia un vento gelido di oltre 40 Km/ora. Poco prima di mezzanotte viene avvistato un’enorme montagna di ghiaccio alta almeno 23 metri. Evitata di un pelo la collisione frontale grazie a una miracolosa manovra dell’ultimo minuto, il Titanic urta l’iceberg di striscio con la prua sul lato di dritta, tra l’avvistamento dell’iceberg e l’impatto passano solo 36 secondi. Nei 10 secondi successivi la nave entra in collisione con la parte sommersa dell’iceberg riportando uno squarcio sulla fiancata sotto e l’allagamento di 5 compartimenti stagni. 16.000 metri d’acqua entrano a bordo nei primissimi minuti, 15 paratie stagne e 16 compartimenti a prova d’acqua dividevano il Titatnic, che era stato progettato per poter galleggiare con ben 4 compartimenti stagni completamente allagati, secondo criteri di costruzione del tutto innovativi e rivoluzionari per l’epoca, ma 10 minuti dopo l’impatto l’acqua aveva raggiunto già le cabine di terza classe e la nave non sarebbe rimasta a galla per più di due ore. All’1:45 viene calata a mare l’ultima scialuppa, il ponte di prua finisce sommerso completamente, e alle 2:20 le luci si spengono e poco dopo la nave si inabissa. Le scialuppe in mare si mettono subito alla ricerca dei superstiti ma in pochi minuti le voci provenienti dalle acque gelide dell’oceano si affievoliscono sempre di più fino a cessare del tutto. Solo 705 i sopravvissuti.

Era la nave più grande e fastosa mai costruita, un hotel di prima classe in mezzo all’oceano, la più confortevole. Era stata progettata per rimanere a galla anche con 4 o 5 compartimenti allagati. Eppure, nel giro di 2 sole ore, la più grande nave mai costruita si inabissa nelle acque dell’Atlantico. Quella notte non muoiono solo 1.200 persone, ma si spegne anche il grande sogno di onnipotenza dell’essere umano: improvvisamente l’uomo non è più l’essere invincibile che domina l’universo, capace di violare e di sfidare le più elementari leggi della natura.

Da lì a pochi anni le poche residue certezze vengono ulteriormente spazzate via dallo scoppio del primo devastante conflitto mondiale, che dal 1914 al 1918 mette in ginocchio l’intero sistema sociale ed economico allora conosciuto. Nel 1929 il crollo di Wall Street e la grande depressione che si origina negli Stati Uniti colpisce in poco tempo con una forza endemica mai conosciuta prima tutti gli stati dello scacchiere internazionale. Milioni di disoccupati in tutto il mondo: di cui 12 milioni solo negli Usa, 6 milioni in Germania, 3 milioni nella Gran Bretagna. In Germania, la nazione in assoluto più colpita, cova sotto la cenere un forte movimento di dissenso popolare che sarà la scintilla capace di far nascere il partito nazista, origine dell’ultimo devastante conflitto mondiale del 1945. Ma già prima di allora, l’uomo ha imparato che più nessuno è al sicuro. Il delitto lascia le strade malfamate e compromesse dei ghetti, dei quartieri bassi e dei rioni più popolari, per entrare nelle case di chiunque. Prova ne è il rapimento Lindbergh del 1932, quando un oscuro immigrato di origine tedesca, carpentiere ed ex detenuto, Bruno Hauptamann, rapisce e uccide a scopo di lucro il figlioletto di Charles Lindbergh, grande aviatore ed eroe americano di origine svedese.

La nota comune di questi avvenimenti è che mai prima di allora si era pensato che simili tragedie potessero verificarsi. Dopo ognuno di questi eventi, l’uomo, tardivamente, ha messo in campo tutte le sue forze per effettuare una nuova mappatura del territorio e per ridisegnare regole capaci di disciplinare e contenere il verificarsi di catastrofi, se non simili, quanto meno equiparabili.

Si pensava di avere ormai previsto tutto, quando giunse, inaspettato, il crollo delle Torri Gemelle dell’11 Settembre 2001.

Sono le 8:46 del mattino quando un Boeing 767 si schianta a Manhattan contro la Torre Nord del World Trade Center. Dopo appena 17 minuti un altro Boeing colpisce la Torre Sud. Le torri gemelle del World Trade Center sono il cuore di New York, un simbolo conosciuto in tutto il mondo. Eppure nessuno pensa a un attentato terroristico fino a quando non viene reso noto che alle 9:37 altri due aerei sono stati condotti contro il Pentagono e forse anche contro la Casa Bianca. In appena 51 minuti le certezze di ognuno vengono scosse alle radici aprendo una voragine di sgomento e di sconcerto incontenibile in ogni parte del mondo. Le Twin Towers sono il simbolo di molte cose, non ultima la natura cosmopolita del cuore pulsante finanziario del mondo occidentale, costruite nel 1973 da un architetto giapponese, ospitano ogni giorno oltre 35.000 dipendenti di 430 diverse società di ogni genere e nazionalità. Nell’attacco alle torri, consumatosi lungo un’agonia durata 101 minuti fino al collasso e al crollo di entrambe le strutture, muoiono 1974 persone provenienti da 90 paesi diversi. Anche le Twin Towers erano state costruite per sopportare la collisione con un aereo di linea e per resistere a un lungo incendio fino alla temperatura di 1.100 gradi. Eppure sono crollate, entrambe, in poco meno di due ore.

Questo ci deve far pensare che buona parte di quanto ci è stato insegnato, cioè a inquadrare ogni evento secondo debite prospettive e contesti, può essere sostanzialmente fuorviante. La tolleranza, la comprensione, l’elasticità mentale sono tutte grandi conquiste della nostra civiltà moderna, ma possono anche rappresentare trappole mortali. In alcuni casi l’unico modo sicuro per raffigurare le cose è senza scala, cioè in rapporto 1:1. Per quanto estremamente utile in cartografia e nella progettazione meccanica, usare una scala di rappresentazione per la realtà che ci circonda può essere pericoloso. A volte, l’unica maniera di identificare un fatto è quella di far riferimento alla sua dimensione reale, escludendo ogni rapporto tra la sua estensione o portata e il mondo circostante.

Rapporto in scala 1:1 è stato scritto secondo quest’ottica.

Nel romanzo si riporta quello che era già stato teorizzato da Hammett e da Chandler, quando negli anni venti tolsero il delitto dagli ambienti ovattati dell’alta società per riportarlo in ambiti più suburbani e comuni. Delitti veri compiuti per motivi reali. Senza troppa eleganza o sofisticate trappole d’ingegno. La verità è che uccidere è assai più facile di quanto non si pensi. Diceva Freud che ognuno di noi è un potenziale assassino le cui pulsioni omicide sono tenute a bada, in maniera imperfetta, dalle maglie delle leggi e delle consuetudini morali di un contesto sociale organizzato. Ebbene, basta uno strappo a questa rete di sicurezza – uno squarcio invisibile o un punto particolarmente logorato – per far fuoriuscire la rabbia che alberga dentro ciascuno di noi. Con effetti incontenibili, spesso devastanti e totalmente imprevedibili.

Il crollo delle Torri Gemelle, come il naufragio del Titanic o il rapimento del piccolo Lindbergh, ci hanno insegnato che neanche la nazione più potente può considerarsi al sicuro, che anche il mezzo di trasporto più sofisticato può rivelarsi inaffidabile e che il delitto può materializzarsi anche nel focolare domestico della più insospettabile delle famiglie della buona società. È il paradigma esposto del resto da Raymond Chandler nel suo capolavoro assoluto Il Grande Sonno, quando manda il suo malinconico e disincantato detective Philiph Marlowe nel mondo depravato dell’alta borghesia per dimostrare ancora una volta che un malessere strisciante accomuna bassi fondi e borghesia; che debolezze, ambizioni, perversioni e delitti sono gli stessi in qualsiasi classe sociale, in qualsiasi strada e in qualsiasi paese.

Nel romanzo nulla è come sembra, anche se i protagonisti, per primi, cercano di convincersi della plausibilità di alcune coincidenze nel disperato tentativo di negare ogni evidenza per non trasformare ogni volta un misero sospetto in qualcosa di inesorabilmente negativo, si trovano alla fine costretti ad arrendersi. Perché in una società dove ci hanno insegnato a essere comprensivi, tolleranti e cosmopoliti, forse alla fine saranno proprio i vecchi pregiudizi a mantenerci in vita. Le nostre più cattive abitudini quelle capaci di salvarci. I nostri presentimenti peggiori a manifestarsi come reali. In uno spietato, freddissimo e impietoso rapporto in scala 1:1.

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“I frutti del buio”. (Racconto pubblicato su Thriller Magazine) – Dedicato a chi crede di bastarsi

I FRUTTI DEL BUIO cover WEB

La storia è ambientata nell’imponente quartiere di Shinjuku (新宿区; -ku), a Tōkyō, dove ho alloggiato per un po’, e affronta un tema molto sentito in Giappone: quello degli hikikomori (引き篭り, letteralmente «stare in disparte, isolarsi»).

Giu in Shinjuku

Gli hikikomori sono coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di vari fattori personali e sociali delle loro vite. Il termine fu coniato dal Dott. Saito quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica in un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.

Il Ministero della Salute giapponese definisce hikikomori coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo che supera i sei mesi. Mentre il livello del fenomeno varia su una base individuale, nei casi più estremi alcune persone rimangono isolate per anni o anche decenni. Spesso gli hikikomori iniziano rifiutandosi di andare a scuola: questi ultimi in giapponese sono definiti futōkō (不登校); un termine più antico è tōkōkyohi (登校拒否).

Il titolo della storia nasce da una conversazione telefonica avuta diverso tempo addietro con una scrittrice milanese, mentre la meravigliosa tavola riportata in alto è stata realizzata appositamente per questo racconto dalla mia illustre illustratrice torinese Darinka Mignatta.

Darinka disegna Sauro (I frutti del buio)

Leggi il racconto su:

http://www.thrillermagazine.it/racconti/12405/

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Sul n. 2 della rivista Action, il racconto “Voragine a Milano” di Giuseppe Foderaro

Action 2

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http://www.dbooks.it/libreria/scheda/114/14/giallo-e-thriller/action-02.html

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Qualcosa come una tomba (racconto pubblicato su Knife Magazine)

knife2

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http://nerocafe.net/wp-content/uploads/2011/10/knife2.pdf

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Il vello dell’amazzone (racconto di Francesca Scotti e Giuseppe Foderaro pubblicato su Thriller Magazine)

Elisa si era svegliata nella stessa posizione in cui aveva chiuso gli occhi. Libro aperto scivolato sulle gambe, cuscino appallottolato dietro la schiena. Aveva dormito scomoda come fosse stata in treno, e invece era a casa, nel suo letto. Ma faticava a prendere sonno. Non era riuscita a capire per quale motivo, da un po’ di tempo a questa parte, appena si sdraiava si sentiva perfettamente lucida e sveglia. In realtà non le capitava proprio ogni notte, ma quando la sua coinquilina Stella portava a casa qualche uomo, sempre. E con alcuni peggio che con altri. L’ultimo, per esempio, la disturbava parecchio. Giulio. Non molto alto, capelli scuri e occhi intensi. Profumo speziato, un sorriso pulito. Si levava anche le scarpe rispettoso delle loro abitudini orientali. Niente poteva far pensare che non fosse un bravo ragazzo, anzi. Eppure, quando Elisa li sapeva in stanza insieme, non dormiva. Tendeva l’orecchio, cercava di intuire le loro parole, cosa stessero facendo. Quella appena trascorsa era stata una di quelle notti. Anche se lui era andato via prima del solito Elisa non si era addormentata se non poche ore prima di quel risveglio contratto.

* * *

Elisa si alzò dal letto, sentiva un po’ di freddo, stava arrivando l’autunno e finalmente al mattino l’aria che entrava dalla finestra – lasciata aperta tutte le notti – era leggera. Quello sarebbe stato il primo inverno nel loro nuovo appartamento, visto che Elisa e Stella si erano trasferite in primavera. Era la loro terza casa condivisa. La prima subito dopo il liceo, poi un trasloco triste. E infine questa che loro chiamavano “la casa della vita”, come se fossero una coppia.

Mentre Elisa si annodava in vita la cintura del kimono da casa che le aveva regalato Stella si chiese come avrebbero fatto, in inverno, con quella finestra. Doveva rimanere aperta per Miyako, la gatta di Stella, che amava gironzolare nella notte. E su quella gatta, come per molte altre cose, Stella non era disposta a compromessi.

Elisa accostò i vetri sospirando e si diresse in cucina per preparare la colazione a entrambe: tè verde, fette biscottate con la marmellata e un frutto. Era sempre lei a occuparsene perché a Stella piaceva dormire fino a tardi il sabato. Anzi, le piaceva fare colazione a letto, scambiare qualche chiacchiera con Elisa, che se ne stava seduta in poltrona, e poi girarsi dall’altra parte e scivolare nel sonno.

Leggi il racconto completo su:

http://www.thrillermagazine.it/racconti/11665

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La valigetta dei miracoli

Roberta Alizee Cusimano

Roberta Alizee Cusimano (ph: Vasilos Valassis)

Sauro Badalamenti fissava Roberta con gli occhi di chi non può sbagliare. Bastava un movimento falso per farla scattare: la lunga lama nella mano destra o il cacciavite nella sinistra non avrebbero fatto differenza, da quella distanza. E dire che era andato a casa di Erica Nardi senza nemmeno un’arma, con una sola bottiglietta di cedrata, l’unico cibo di Roberta, l’unico amico che non la giudicava mai. Sapeva che quella era la chiave per la mente di Roberta, ma non pensava, Sauro, che avrebbe dovuto scassinare la porta di casa Nardi. Non pensava di trovare Roberta intenta a truccare la sua nuova bambolina. Lei credeva di doverle ripagare il favore, l’umiliazione di averla conciata di nuovo come una puttana, ma non capiva di essere una modella come le altre, niente di più. Dietro quelle sue mani ossute, armate e tremanti, Erica. Supina, addormentata, imbellettata. La valigetta dei miracoli di Roberta era diversa da quella della sua make-up artist: un punteruolo per kajal, un pugnale per rossetto, la pinza come un piegaciglia, una pialla portatile per cipria e fard. La bambolina senz’occhi, senza guance e senza labbra navigava in un mare di sangue, una ciocca di ricci rossi nella bocca. “Coraggio, è finita. Metti giù quelle cose.” Ma la calma assertiva di Sauro non aveva nessun effetto su di lei. “Un solo passo e t’ammazzo. Lo faccio davvero. Non ho nulla da perdere.” rispose. Davide poteva fregare Golia. Ma Golia aveva la fionda di Davide. “Ti ho portato la cedrata. Su, prendila, e poi me ne vado.” Con lo sguardo fisso su di lui, fece scivolare il cacciavite lungo le esili gambe, per poi allungare il braccio. Era fatta: uno scatto secco e l’avrebbe immobilizzata. Ma Roberta era scaltra, e fu lesta nello scostargli la mano e scagliare il coltello all’altezza del cuore. Due mosse e fu a terra, la spalla lussata. Era vivo, ma ci aveva rimesso la giacca.

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La prefazione di Stefano Di Marino all’eBook “Il Dinosauro” di Giuseppe Foderaro (Sangel Edizioni)

Stefano Di Marino

Lo scrittore Stefano Di Marino

Strana città Milano… ci sono nato e vi ho trascorso gran parte della mia vita (a eccezione di lontane fughe in paesi esotici che fanno ugualmente parte del mio vissuto personale e autoriale). Ci ho lavorato per più di vent’anni e, a un certo punto, mi sono svegliato senza riconoscerla più.

Un impatto considerevole, soprattutto per la mia natura di narratore che sino ad allora aveva cercato suggestioni straniere, esotiche, lontanissime, legate a modelli avventurosi dell’infanzia. Di colpo mi sono accorto che non era più quella metropoli avvolta dalla nebbia e dallo smog, un po’ grigia, provinciale malgrado tanta strombazzata modernità, in pratica lontana dai miei modelli immaginari.

Era diventata una città multietnica, variegata, con mille realtà di chi i soldi ce li ha e di chi sarebbe disposto a tutto per averli. Una città fatta di intrighi, crocevia di traffici che partono a volte da lontanissimo ma che finiscono proprio a incepparsi qui tra case d’appuntamenti di lusso, night club alla moda, quartieri popolari abitati da malavitosi al confino e da altri che neanche parlano italiano.

Una città dove la nebbia si è improvvisamente colorata di sfumature più accese, altrettanto mefitiche ma che ha rivelato sprazzi di territorio nuovi. Negli ultimi anni quasi tropicali.

Alla fine un set ideale per storie noir e d’azione, thriller e spy story.

Gangland, l’ho chiamata nei miei romanzi. La città delle bande, uno scenario simile a Hong Kong e a Los Angeles, ma anche alle città del Far West. Dove ogni peccato e ogni crudeltà sono possibili e ogni soluzione può essere accettata.

Gangland. Da anni mi ci muovo con i miei personaggi, riscrivendone la geografia criminale, la mitologia narrativa. Facendola mia.

Poi arriva questo tizio col cappellino da baseball e gli occhialoni, l’aria furbetta di quello che ci prova con tutte le ragazze (e a volte ci riesce), che è di compagnia quando gli altri si lagnano, che ti strappa una risata ma ha sempre quello sguardo diretto lontano.

No, non è Sauro Badalamenti. Quello è il suo alter ego, il suo personaggio. Lui è Giuseppe Foderaro. Sempre pronto a una bevuta e a una risata. Uno che, come dice lui, si muove negli ambienti underground. Uno che in Gangland ci sta benissimo. Anche perché quando non ti stende con battute fulminanti ti propone un romanzo noir completo, arguto, che rivela sensibilità, capacità di scrivere e una notevole cultura che viene sottesa e non sbandierata. Come credo debba essere.

E il suo Sauro, detective ironico e serio quando è il momento, a Gangland ci sta ancora meglio. Anzi, mi piacerebbe proprio averlo come co-protagonista in una delle mie storie. Intanto leggetevi le sue. Ridete, tremate, avventuratevi nelle vie di una città come non ne avete mai viste…

O forse che avete sotto gli occhi tutti i giorni e neppure ve ne siete accorti.

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Il Dinosauro, l’eBook

Il trailer dell’eBook “Il Dinosauro” di Giuseppe Foderaro (Sangel Edizioni)

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IL DINOSAURO, l’eBook di Giuseppe Foderaro con la prefazione di Stefano Di Marino

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È in uscita nel mese di agosto per Sangel Edizioni “Il Dinosauro”, l’eBook dello scrittore milanese Giuseppe Foderaro, con la prefazione di Stefano Di Marino.

Cinque micro racconti thriller, fulminei e agghiaccianti, cinque nuovi casi per il detective assicurativo Sauro Badalamenti, già protagonista del fortunato romanzo “Torre di controllo”, scritto da Foderaro ed edito sempre da Sangel.
L’eBook avrà il prezzo di copertina di soli € 2,50 e il ricavato sarà interamente devoluto all’IRST, Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori.

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Presto nuove avventure per Il Dinosauro…

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