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Una magnifica recensione di “Parigi in un retrobottega” di Giuseppe Foderaro sul web magazine The Freak

Giuseppe Foderaro, che con passione ricostruisce un amorevole ritratto di Parigi, seppur sventrata e ferita – «La città che seppe trasformare una prigione come la Bastiglia in un simbolo di libertà» – sprona il lettore a non fermarsi alle risposte date dalla mediocrità dei media ma a indagare con acume questo tempo.

Leggi la recensione su: The Freak.

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Qualcosa come una tomba (racconto pubblicato su Knife Magazine)

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Sorvegliato speciale (racconto pubblicato su Thrillerpage)

Accadde una mattina di maggio. Non avevo ancora elaborato appieno il lutto del risveglio, che un pelo eburneo di luce umida si calò dalle piaghe della persiana fotocìda mal richiusa, e cadde sulle mie occhiaie come una sbavatura di rimmel di stanchezza.

All’offensiva seguì un rapsodico calpestio di ciglia che mi strappò dallo stato vigile, rispedendomi senza appello al mittente sonno dei giusti.

Rimasi stagnante nel letto ancora un’ora, frollo com’ero di ignavia, estradato in quel di Morfeo con l’addebito di compiuta giacenza.

Riaddormentandomi, la realtà si dissolse in uno sciame di volti dagli occhi opalescenti e dalle bocche abrase, fosche epifanie che, una dietro l’altra, spuntavano dai tumuli stepposi della mia coscienza.

(Il passato era in agguato negli anfratti della mia camera da letto e negli scricchiolii che, notte e giorno, ci si perpetuavano dentro…)

Riconobbi alcune delle vittime che avevo mietuto a colpi di dimenticatoio, e che ora stavano riemergendo per venire a prendermi.

Avevo bevuto molto quella notte, troppi mojito, ne sono certo, tanti che forse non avrei nemmeno dovuto guidare. Ma non m’importava. Erano giorni in cui sentivo di avere il mondo in mano e pensavo di essere un vincente. Quando mi accorsi che dietro la curva il traffico era bloccato, naturalmente era troppo tardi per frenare, e aggrappato allo sterzo tentai comunque di evitare l’ostacolo, ma anche così l’urto fu talmente forte che vidi lo sportello dell’altra macchina saettare davanti a me, rotolando sull’asfalto per diversi metri prima di fermarsi al lato della carreggiata. Quando guardai nello specchietto retrovisore notai che stavano soccorrendo una donna anziana. Indossava una pelliccia tinta miele, forse di visone. Sapevo che non potevo farci nulla, del resto mi pareva che stesse abbastanza bene, e poi non ero mica stato io a investirla: avevo solo divelto lo sportello. Colpa sua. Qualcun altro al posto mio forse si sarebbe fermato, avrebbe cercato di tornare indietro, magari per offrire il suo aiuto. Ma io non feci nessuna di queste cose. Ingranai la marcia, e ripartii piano, andandomene per i fatti miei. Poi accelerai, e cominciai a correre sempre più avanti. Credo fu un riflesso incondizionato, come quello delle bestie che si sentono braccate. Non volevo mica passare dei guai per qualcosa di cui non avevo la minima responsabilità. Pigiavo sul pedale dell’acceleratore come se da quella pressione potesse dipendere la mia stessa vita. Così accadde che al semaforo successivo tagliai la strada a un motociclista. Quello cadde davanti a me, e la moto, scivolando, andò a fermarsi contro le ruote di un autoarticolato. Non lo investii per un soffio, tanto che, quando si alzò zoppicando, colpì con un pugno il cofano della mia vettura. Attraversò per andare a recuperare la motocicletta, trascinando una gamba, ancora mezzo girato a urlarmi contro. È per questo, forse, che fu travolto da un’automobile lanciatissima in senso contrario. Io ripartii. Non era stata colpa mia. Dopo la caduta si era rialzato e stava camminando, stava così bene da insultarmi, addirittura. Ormai ne avevo abbastanza di pensare a storie e a complicazioni, volevo solo tornarmene a casa ed ero quasi arrivato, quando giunsi sul rettilineo. Vidi che nel bel mezzo della carreggiata c’era una donna che stava attraversando sulle strisce, spingendo davanti a sé una carrozzina, come se avesse tutto il tempo del mondo. Non avevo alcuna voglia di rallentare, anche perché perfino da lì si capiva che aveva tutto lo spazio che voleva per passare. Ma quella si spaventò e arretrò di colpo, proprio quando dall’altro senso stava arrivando un mezzo della nettezza urbana. Lei scartò di lato rovesciando la carrozzina sull’asfalto. Io andai dritto per la mia strada, senza nemmeno voltarmi indietro. Ero stufo di avere casini quando tutto quello che volevo era solo infilarmi dentro a un letto.

Ci misi un tempo assai lungo prima di realizzare che da quella notte sotto casa mia spesso stazionavano tre persone che non avevo mai visto. Un uomo con il casco, una signora anziana che indossava una pelliccia nonostante fossimo a maggio, e una giovane donna con una carrozzina. Non riuscivo mai a inquadrare i loro visi, però riuscivo lo stesso a percepire quanto la loro presenza fosse inquietante. Sembravano piantoni messi di guardia a una garitta invisibile. Pareva non volessero andarsene mai, non mangiavano, non dormivano, non parlavano: stavano lì e basta.

Leggi il racconto completo su:

http://thrillerpages.blogspot.com/2011/10/sorvegliato-speciale-di-giuseppe.html

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