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Hunting Bambi (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

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Il colle di Chiaraluce (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

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“I frutti del buio”. (Racconto pubblicato su Thriller Magazine) – Dedicato a chi crede di bastarsi

I FRUTTI DEL BUIO cover WEB

La storia è ambientata nell’imponente quartiere di Shinjuku (新宿区; -ku), a Tōkyō, dove ho alloggiato per un po’, e affronta un tema molto sentito in Giappone: quello degli hikikomori (引き篭り, letteralmente «stare in disparte, isolarsi»).

Giu in Shinjuku

Gli hikikomori sono coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento a causa di vari fattori personali e sociali delle loro vite. Il termine fu coniato dal Dott. Saito quando cominciò a rendersi conto della similarità sintomatologica in un numero sempre crescente di adolescenti che mostravano letargia, incomunicabilità e isolamento totale.

Il Ministero della Salute giapponese definisce hikikomori coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni e lì si isolano per un periodo che supera i sei mesi. Mentre il livello del fenomeno varia su una base individuale, nei casi più estremi alcune persone rimangono isolate per anni o anche decenni. Spesso gli hikikomori iniziano rifiutandosi di andare a scuola: questi ultimi in giapponese sono definiti futōkō (不登校); un termine più antico è tōkōkyohi (登校拒否).

Il titolo della storia nasce da una conversazione telefonica avuta diverso tempo addietro con una scrittrice milanese, mentre la meravigliosa tavola riportata in alto è stata realizzata appositamente per questo racconto dalla mia illustre illustratrice torinese Darinka Mignatta.

Darinka disegna Sauro (I frutti del buio)

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Il vello dell’amazzone (racconto di Francesca Scotti e Giuseppe Foderaro pubblicato su Thriller Magazine)

Elisa si era svegliata nella stessa posizione in cui aveva chiuso gli occhi. Libro aperto scivolato sulle gambe, cuscino appallottolato dietro la schiena. Aveva dormito scomoda come fosse stata in treno, e invece era a casa, nel suo letto. Ma faticava a prendere sonno. Non era riuscita a capire per quale motivo, da un po’ di tempo a questa parte, appena si sdraiava si sentiva perfettamente lucida e sveglia. In realtà non le capitava proprio ogni notte, ma quando la sua coinquilina Stella portava a casa qualche uomo, sempre. E con alcuni peggio che con altri. L’ultimo, per esempio, la disturbava parecchio. Giulio. Non molto alto, capelli scuri e occhi intensi. Profumo speziato, un sorriso pulito. Si levava anche le scarpe rispettoso delle loro abitudini orientali. Niente poteva far pensare che non fosse un bravo ragazzo, anzi. Eppure, quando Elisa li sapeva in stanza insieme, non dormiva. Tendeva l’orecchio, cercava di intuire le loro parole, cosa stessero facendo. Quella appena trascorsa era stata una di quelle notti. Anche se lui era andato via prima del solito Elisa non si era addormentata se non poche ore prima di quel risveglio contratto.

* * *

Elisa si alzò dal letto, sentiva un po’ di freddo, stava arrivando l’autunno e finalmente al mattino l’aria che entrava dalla finestra – lasciata aperta tutte le notti – era leggera. Quello sarebbe stato il primo inverno nel loro nuovo appartamento, visto che Elisa e Stella si erano trasferite in primavera. Era la loro terza casa condivisa. La prima subito dopo il liceo, poi un trasloco triste. E infine questa che loro chiamavano “la casa della vita”, come se fossero una coppia.

Mentre Elisa si annodava in vita la cintura del kimono da casa che le aveva regalato Stella si chiese come avrebbero fatto, in inverno, con quella finestra. Doveva rimanere aperta per Miyako, la gatta di Stella, che amava gironzolare nella notte. E su quella gatta, come per molte altre cose, Stella non era disposta a compromessi.

Elisa accostò i vetri sospirando e si diresse in cucina per preparare la colazione a entrambe: tè verde, fette biscottate con la marmellata e un frutto. Era sempre lei a occuparsene perché a Stella piaceva dormire fino a tardi il sabato. Anzi, le piaceva fare colazione a letto, scambiare qualche chiacchiera con Elisa, che se ne stava seduta in poltrona, e poi girarsi dall’altra parte e scivolare nel sonno.

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Grizzly di montagna (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

Piccolo, gracile e indifeso. Solo tra le ali della folla, una barchetta di carta in balia delle onde, eppure a suo modo immobile tra i flutti. Imperturbabile. Tutte le volte che qualcuno gli passa davanti, infrangendo le acque chiare del suo isolamento, il bambino sbatte le palpebre e annuisce serioso. Come se volesse affermare una verità per gli altri inarrivabile, ma per lui, seppure così piccolo, palesemente ovvia.
Un uomo gli corre incontro e lo prende in braccio, indossa una divisa scintillante con i bottoni dorati che brillano al sole. È successo qualcosa di terribile, gli dice, ma questo lui già lo sa. Così si lascia trascinare via, passivo e inerte come un giocattolo rotto, stringendo un peluche logoro e consunto, con un braccino mezzo staccato. Un orsacchiotto. Tutto quello che gli è rimasto, oramai.

* * *

Ogni martedì e giovedì, una domenica sì e una no, che piova o tiri vento, lui è lì. Dopotutto è suo padre. Osservando quel rituale con l’indefessa regolarità di chi si illude di ritrovare, in una sequenza di atti preordinati, una sorta di pacifica tacitazione per i morsi della coscienza. Anche se sa che è pressoché inutile, lui ormai non lo riconosce più da tempo, ogni visita è come quella precedente, ore torpide che trascorrono a giocare a scacchi su una panchina del parco, minuti statici, sempre uguali nella loro minuziosa ripetitività. Le regole degli scacchi, quelle sì, gli sono rimaste impresse nella mente, tutto il resto — chissà perché — è come se fosse scivolato via insieme ai rivoli di sangue di quel giorno infernale. Quel giorno in cui la sua storia è cominciata, ma la sua vita, al tempo stesso, è finita.

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Sabato 18 giugno Giuseppe Foderaro racconterà “Torre di controllo” in 5 minuti bevendo una bionda

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Sciacalli e iene (racconto pubblicato su Thriller Magazine)

Questo racconto è un tributo, in chiave moderna, a quel capolavoro dell’hard-boiled che è Il Grande Sonno di Raymond Chandler, e al suo protagonista, Philip Marlowe, a cui mi sono ispirato nell’ideare il mio Sauro Badalamenti.
Ho voluto provare l’ebbrezza di risolvere — a modo mio, si intende — il più eclatante “loose end” della storia della letteratura mondiale: la morte di Owen Taylor, lo chauffeur degli Sternwood, personaggio completamente dimenticato dallo stesso Chandler durante la stesura del romanzo…

Me lo ricordo bene quel caso. E in mezzo a tutto il marciume sollevato alla fine, il povero vecchio che mi aveva assunto si era rivelato proprio il più innocente. Strano, come facesse a mantenersi puro e pulito nonostante lo stravolgente patrimonio che aveva accumulato nel corso della sua vita, anche con mezzi non troppo ortodossi. Ma lui era così. Conosceva il valore delle cose, il giusto prezzo da pagare, e anche quanto era lecito poter pretendere in cambio. E da me, come aveva fatto capire chiaramente fin dal nostro primo incontro, si aspettava solo la verità. Anche su quello che non era stato mai, almeno esplicitamente, richiesto.

Certo, il motivo ufficiale del mio intervento era ben altro, almeno volendo dar fede alle sue parole, ma sotto lo strato superficiale della prima soglia di comunicazione, fin dal primo momento, mi era apparso chiaro ciò che volesse. Non era stato però un esordio dei più tradizionali se ben ricordavo. Appena arrivato mi aveva sottoposto a un fuoco di fila di domande, più simile a un interrogatorio che a un colloquio. Voleva sapere tutto su di me prima di assumermi, e riteneva di averne il diritto, visto quello che avrebbe pagato per i miei servigi. E si era pure documentato, nessuna delle rivelazioni che gli avevo fatto sul mio fosco passato era sembrata capace di sorprenderlo, anche se era chiaro che sapeva apprezzare la franchezza e che non avrebbe accettato niente di meno. Né da me, né da nessuno.

Se ne stava lì, incartapecorito in quella serra troppo riscaldata, accartocciato su una sedia a rotelle ultimo modello e semisepolto da un cumulo di coperte che, solo a vederle, mi facevano sudare. La badante lo accudiva come se fosse stato un bambino, con solerzia e silente sollecitudine, facendosi poi subito da parte fino a scomparire e a mimetizzarsi tra le felci e le piante tropicali. Ma si capiva che intanto mi teneva d’occhio, pronta a intervenire se solo avessi osato turbare la pace di quel paradiso artificiale. Per questo, forse, mi guardò male quando esordii con la prima delle mie fulminanti battute. Il generale mi aveva chiesto come volessi l’aperitivo. Io avevo risposto: “nel bicchiere”. Una freddura forse poco felice, ma che aveva strappato al povero vecchio una stortura di sorriso.

Subito dopo, aveva cominciato a parlare del problema che gli stava a cuore tra sibili e sospiri di un’asma che a tratti lo scuoteva tutto. Due figlie, innocenti come piante carnivore in piena fioritura, che continuavano a mettersi nei guai più o meno ogni dieci minuti, le prove di un ricatto da recuperare, la sensazione indefinibile che, al di là delle parole dette, ci fosse però qualcosa di più. Qualcosa che lui voleva da me e che io, assolutamente, dovevo trovare. La verità. La stessa che, a quanto pare, tutti quanti stavano tacendo.

E questo a lui non sfuggiva, perché, nonostante l’età senile e la malattia che da dentro lo stava divorando, era di una lucidità sconcertante. Si circondava di orchidee, ma sapeva bene come fosse effimero il loro superficiale fascino estetico.

— Vede questi fiori? — mi disse, infatti — si lasciano curare, coltivare e sbocciano per te, ma alla fine si rivelano per quelle creature orribili che veramente sono. La loro carne assomiglia troppo a quella umana e il loro profumo ha la putrida dolcezza della corruzione — fece una pausa, scosso dai rantoli di un attacco di tosse improvvisa, poi proseguì — risolva questo problema, Dottor Badalamenti. Sono certo che ha compreso bene quel che desidero da lei.

E detto questo si girò, voltandomi le spalle, manovrando con perizia la carrozzella scintillante color rosso Ferrari. La badante ucraina lo seguì con lo sguardo, visibilmente preoccupata, mentre mi accompagnava alla porta, dalla quale lanciai la mia frase di commiato, a mo’ di biglietto da visita: — Quando cerco qualcosa, la trovo sempre. È per questo che mi pagano. — Avevo detto “qualcosa” ma in realtà avrei dovuto dire “qualcuno”, perché a quell’uomo fragile e malato non era sfuggito ciò che tutti quanti, in famiglia, avevano cercato di nascondere, e cioè che suo genero, forse il figlio che non aveva mai avuto, era scomparso. La storiella della partita di pesca sportiva che a casa gli avevano propinato, probabilmente, non l’aveva ingannato nemmeno per un minuto.

Uscii da quella serra con la pesante sensazione che la mia fosse una corsa contro il tempo. Che quel povero vecchio, se anche fosse stato in grado di sopravvivere alla verità, forse non sarebbe arrivato in tempo a sentirsela raccontare. Ma quando prendo un impegno, ci tengo a render conto direttamente a chi mi ha ingaggiato. Senza intermediari. Per quanto affascinanti essi siano. Quell’uomo, ora morente e vinto dal suo male, aveva fondato una dinastia e un impero. A conti fatti era un sopravvissuto di un’antica stirpe, forse l’ultimo esemplare del suo genere.

Mi pareva quasi di sentirlo mormorare, con quel refolo di voce che ancora gli rimaneva, le parole che sancivano insieme il suo successo e la sua rovina: — Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli o pecore, continueremo a crederci il sale della terra.

Già, il sale della terra, ma il cuore di Roma non è mai stato il marmo del Senato, quanto piuttosto la sabbia del Colosseo. E infatti le figlie, tutte e due, erano fatte di un’altra pasta. La maggiore era di quelle che pensavano di poter trattare tutti gli uomini come bestie ammaestrate, e il bello è che sembrava ritenere un’offesa personale il fatto che alcuni non obbedissero all’istante solo a uno sventolare delle sue lunghe ciglia da falena. L’altra invece, ancora nella fase della sperimentazione, oscillava continuamente tra il ruolo della femme fatale e quello della ragazzina ribelle.

La prima volta che la vidi era strafatta di qualcosa fino alla cima dei capelli, dondolava pericolosamente in precario equilibrio su un paio di tacchi alti come un comodino e finì col cadermi tra le braccia mentre passavo, con un pessimo effetto sulla badante ucraina che, con i suoi cento chili di stazza, sembrava essere in grado al tempo stesso di sollevare da terra sia il povero infermo che il sottoscritto, se solo avesse ritenuto che fosse stato il caso di sbattermi fuori casa. La scena che si svolse fuori dalla serra sembrava essere stata scritta apposta per una commedia da avanspettacolo di quart’ordine. Il grande salone era tappezzato da arazzi e quadri che ritraevano varie generazioni di antenati del generale Selva, tutti soggetti con i quali, in linea di massima, pareva decisamente consigliabile andare più che d’accordo. Chissà se anche loro avevano avuto delle figlie decisamente sbilanciate dalla parte pericolosa dei vent’anni? Uno di tali esemplari di femmina procace mi si stava facendo incontro giusto in quel momento, veleggiando dallo scalone imponente di pietra con gli occhi curiosamente assenti e fissi di chi dietro a una bella carrozzeria non ha molti ingranaggi da mettere in moto, la mattina. I suoi denti erano piccoli e bianchi come quelli di una faina, e infatti sembrava proprio un animale da preda mentre mi prendeva le misure.

— Ma come siete alto — mi disse.

Risposi che non lo facevo apposta, e lei si scompisciò dalle risate, gettando indietro la gola e continuando a scendere con quel suo fare traballante reso ancora più incerto dai tacchi altissimi. Sentivo sbuffare il donnone dietro di me che probabilmente, se avesse potuto fare a modo suo, avrebbe affogato la piccola faina nella piscina olimpionica che là fuori riluceva sotto a un sole abbagliante, sicuramente anche quello acquistato su commissione. Non mi era sembrata una gran battuta, ma la fanciulla invece parve trovarla irresistibile. Visto che però non mi sdraiavo a terra con le zampe in aria, come lei si sarebbe aspettata, la bella virago in erba cominciò a squadrarmi con aria sospettosa. Evidentemente, però, lo sforzo di fare due cose insieme era troppo per quella testolina, tra l’altro decisamente appannata dai vapori tossici di chissà quale roba inalata, siringata o sparata dentro ai suoi vortici cerebrali, perché proprio sull’ultimo gradino caracollò, solcando l’aria verso di me con la grazia di un brigantino che si schianta contro la scogliera. A quel punto la scelta era tra lasciare che si fratturasse il naso contro lo scalone di marmo o afferrarla tra le braccia, così l’acciuffai per le ascelle e lei si lasciò andare mollemente, cingendomi il collo con le braccia e stampandomi al contempo un potente succhiotto sul collo. Non dissi nulla, mentre, alle mie spalle, sentivo lo sguardo della donna ucraina perforarmi la nuca. Quando sei in dubbio, segui sempre il tuo naso, mi dissi. Così, con estrema grazia, depositai la donzella in salvo sull’ultimo gradino e, con il colletto della camicia striato di rossetto, mi girai appena in tempo per fronteggiare l’altra pianta carnivora della casa. Abbagliante come una visione, la figlia maggiore del generale mi stava squadrando.

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